Pasquale Frisenda

'Il Demone della perversità' - Un racconto di Edgar Allan Poe

Uno dei padri della letteratura americana, nonché l'inventore del moderno racconto poliziesco.

08/04/2013
'Il Demone della perversità' - Un racconto di Edgar Allan Poe

"Nelle tenebre a lungo, gli occhi fissi in profondo, stupefatto, impaurito sognai sogni che mai si era osato sognare"
(Da "Il Corvo" - 1845)

"Gli uomini mi hanno chiamato pazzo; ma nessuno ancora ha potuto stabilire se la pazzia è o non è una suprema forma d'intelligenza"
(da "Eleonora" - 1841)

Edgar Allan Poe è uno dei più importanti scrittori di tutti i tempi ma è diventato celebre in Europa grazie all'impegno e alle traduzioni di Charles Baudelaire, che ebbe per Poe un vero trasporto, anzi, si può parlare quasi di devozione ("... sapete perché ho tradotto così pazientemente Poe? Perché mi somigliava. La prima volta che ho aperto un suo libro, ho visto, spaventato e affascinato, non solo dei temi da me sognati, ma delle FRASI da me pensate, e che lui aveva scritto vent'anni prima").

Edgar Poe (questo il nome dello scrittore alla sua nascita) nacque a Boston nel 1809, figlio dell'attrice Elizabeth Arnold Hopkins Poe e dell'attore David Poe Jr., i quali diedero alla luce altri due figli, William Henry Leonard Poe, fratello maggiore di Edgar, e Rosalie Poe, sorella minore.
Dopo la morte dei genitori, avvenuta quando lui aveva due anni, trascorse l'infanzia in Virginia presso John Allan, un agiato commerciante di Richmond. 
Di difficile carattere, il giovane Edgar, dopo varie esperienze tra cui un periodo di soggiorno in Europa e, tornato in patria, la frequentazione di West Point (da cui è espulso proprio per problemi disciplinari), intorno al 1830 inizia a guadagnarsi da vivere scrivendo.
Nel 1835 inizia a pubblicare i suoi primi racconti, ed entra a far parte della redazione del Southern Literary Messenger di Richmond, ma, per indole, continua a condurre una vita piuttosto ritirata, dove spesso cade in balia dei suoi tormenti e delle sue angosce.

È generalmente considerato uno dei padri della moderna letteratura americana, nonché l'inventore del moderno racconto poliziesco.
Tra il 1837 e il 1838 scrive "Le avventure di Gordon Pym" ("The narrative of Arthur Gordon Pym of Nantucket"), che viene pubblicato nel 1838.
Si tratta di uno dei libri più famosi di Poe, e tra i più rappresentativi del suo talento di scrittore.
E' celebre anche per molti racconti e poesie, tra cui ricordo "La caduta della casa degli Usher", "Il corvo e altre poesie", "Lo scarabeo d'oro", "Ligeia", "Il pozzo e il pendolo", "Il gatto nero", "Il cuore rivelatore", "Eleonora", "Il ritratto ovale", "La maschera della morte rossa" (per citarne solo alcuni), opere che gravitano intorno alla realtà e contemporaneamente intrise dell'immaginario dello scrittore, piene di odio, fascino, paura, entusiasmo e diffidenza verso una società dalla quale cerca di fuggire, in tutti i modi e con tutto il suo essere.

Nel 1841 scrive inoltre "I delitti della rue Morgue" (uno dei suoi racconti più famosi, considerato da molti il vero capostipite del genere poliziesco), e in esso compare per la prima volta il personaggio del detective criminologo Auguste Dupin, antesignano di quegli investigatori "deduttivi" che avranno nello Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle il più celebre rappresentante.
Il racconto ebbe poi un ideale seguito ne "Il mistero di Marie Roget" (1842).

In questo genere, infatti, Poe ha scritto soltanto racconti relativamente brevi, in quanto riteneva che dovevano essere letti in un'unica sessione "per non perdere l'effetto di suspense".
Tuttavia la sua influenza è inequivocabile negli scrittori polizieschi fin dalle origini, a partire da Doyle, ma ebbe una grande influenza anche sull'opera di Howard P. Lovecraft, spesso definito come un "Poe cosmico".
Il suo modello diventa un vero archetipo del romanzo/enigma (come quello di Agatha Christie e Rex Stout), dove gli elementi peculiari sono:

- Il detective è un dilettante o comunque un outsider che collabora con la polizia ma non ne fa parte.
- Il detective è un individuo eccentrico e stravagante, fortemente differenziato per qualche particolare dell'aspetto o del comportamento da tutti gli altri personaggi.
- Il narratore non è il detective ma un assistente che rappresenta il punto di vista del lettore. Questo consente di celare la rivelazione dell'enigma fino alla fine e consente al detective di dare senza forzature tutte le spiegazioni che il lettore desidera. 
- C'è sempre un ufficiale delle forze dell'ordine in ruolo di antagonista, che in un primo tempo sottovaluta e schernisce il detective ma ne viene regolarmente scavalcato. 
- Il metodo utilizzato per la soluzione dell'enigma è essenzialmente una ricostruzione logica basata sull'attenta analisi di indizi che sfuggono agli altri personaggi.

Occorre aggiungere che nonostante Poe sia universalmente conosciuto come scrittore di storie di mistero, horror e di dolorosa introspezione psicologica, capace come pochi di scandagliare e analizzare l'animo umano, fu anche autore di racconti satirici e spesso addirittura comici, molti dei quali tesi a una feroce critica di certa letteratura popolare del suo tempo (inimicandosi non pochi suoi colleghi e/o editori).
Per quanto riguarda la sua produzione narrativa, Poe scrisse in tutto un romanzo e 69 racconti.

Nel 1836 sposò la cugina Virginia Clemm, allora minorenne, che, anche se minuta e gracile, su Poe esercita un'attrazione assoluta.
Nel 1846 la moglie muore di tubercolosi, cosa che fece sprofondare lo scrittore nella più cupa desolazione, nel dolore e nel rimpianto, che tentò di affogare nell'alcool (ancor più di quanto già abitualmente facesse): "Sono in uno stato depressivo spirituale mai fino a ora avvertito. Mi sforzo invano sotto questa malinconia e credetemi, quando Vi dico che malgrado il miglioramento della mia condizione mi vedo sempre miserabile. Consolatemi Voi che lo potete e abbiate di me pietà perché io soffro in questa depressione di spirito che se prolungata, mi rovinerà…"

Il 3 ottobre del 1849, Edgar Allan Poe fu ritrovato praticamente in uno stato di totale delirio per le strade di Baltimora, vestito di abiti che non gli appartenevano.
Portato all'ospedale Washington College, morì alcuni giorni dopo, il 7 ottobre 1849. 
Poe non rimase mai sufficientemente lucido per spiegare come si fosse trovato in tali gravi condizioni.
I giornali dell'epoca attribuirono la morte dello scrittore a una "congestione del cervello" o a una "infiammazione cerebrale", eufemismi comuni all'epoca per descrivere le morti dovute all'alcolismo. 
L'effettiva causa della morte rimane comunque un mistero, ma le congetture e le ipotesi sulla causa sono diverse e comprendono il delirium tremens, la cardiopatia, l'epilessia, la sifilide, la meningite, il colera e, infine, la rabbia.

"Edgar A. Poe" - scrive Lidia Rho Servi nell'introduzione a "Edgar Allan Poe - Racconti", ed. UTET (1945) - "è lo scrittore americano che ha goduto e gode all'estero della maggior rinomanza: ma tale fama è in contrasto con quella che meriterebbe un artista tanto eletto. Per il gran pubblico, Poe è lo scrittore del Gran Guignol o, al massimo, un'autore decadente e sadico che si compiace malvagiamente del sangue e delle stragi. Ma tale errore è frutto di una conoscenza frettolosa di questo poliedrico scrittore, che non permette di farsi un'idea più precisa del suo multiforme ingegno. Studi più accurati hanno in buona parte sfatato la triste figura del dissoluto ubriacone oppiomane, facendo emergere il gentiluomo, l'esteta, il sognatore, che rifuggì dalla meschina realtà in un mondo di incubi e di miraggi celestiali."

Questo è "Il Demone della perversità" ("The imp of the perverse" - 1845), uno dei suoi racconti che preferisco.

Buona lettura.

"Il Demone della perversità" - di Edgar Allan Poe

Nella considerazione delle facoltà e degli impulsi, dei prima mobilia dell'animo umano, i frenologi hanno dimenticato di far posto a un'inclinazione che, sebbene la sua esistenza di sentimento primitivo, radicale, irriducibile, risulti evidente, è sfuggita anche a tutti i moralisti che li hanno preceduti.
Nella pura arroganza della ragione, noi non ce ne siamo accorti.
E abbiamo lasciato che la sua presenza sfuggisse ai nostri sensi, nient'altro che per una incapacità di credere, per un difetto di fede; fosse poi fede nella Rivelazione o fede nella Cabala.
Mai ce n'è venuta l'idea, semplicemente a causa della sua supererogazione.
Non si è visto il bisogno di questo impulso, di questa tendenza. Non se n'è avvertita la necessità.
Ammettendo, del resto, che la nozione di questo primum mobile si fosse imposta da sé, non avremmo potuto capire in qual modo essa potesse servire agli scopi dell'umanità, temporali od eterni.
Non si può negare che la frenologia e buona parte di tutte le scienze metafisiche siano state cucinate a priori.
È stato l'intellettuale e loico, piuttosto che l'uomo osservatore, ad immaginare le intenzioni di Dio, e a dettarne i propositi.
Approfondite che ebbe, in tal modo, a sua propria libidine, le intenzioni del nostro Dio, con esse poi fabbricò i suoi innumerevoli sistemi mentali.
In materia di frenologia, ad esempio, dapprincipio si è stabilito, molto naturalmente, che era nei disegni della divinità che l'uomo mangiasse.
Per cui si è assegnato all'uomo un organo dell'alimentazione, considerato come una sferza con la quale Iddio costringe l'uomo, volente o nolente, a mangiare.
In secondo luogo, deciso che per volontà di Dio l'uomo dovesse continuare la propria specie, si è senz'altro scoperto un organo amatorio.
E così con la combattività, l'idealità, la causalità, la costruttività; con ogni organo, per dirla in breve, che rappresenti un'inclinazione, un sentimento morale, o una facoltà di pura intelligenza.
E in questa sistemazione dei principia dell'azione umana, i discepoli di Spurzheim, a torto o a ragione, in tutto o in parte, non hanno fatto che seguire, in principio, le orme dei loro predecessori; deducendo e fissando ogni cosa secondo il destino preconcetto dell'uomo e in base agli scopi del suo Creatore.
Non sarebbe stato più saggio, più sicuro, classificare (se classificare si doveva) sulla base di quanto l'uomo, sia abitualmente che accidentalmente, fa, e in certe occasioni ha fatto, piuttosto che su quanto si presume concesso da Dio di fare?
Se noi non possiamo comprendere Dio nelle sue opere visibili, come lo potremmo nei suoi inconcepibili pensieri che chiamano tali opere alla vita?
Se non lo possiamo, dico, nelle sue creature oggettive come lo potremmo nei suoi umori personali e nelle suo spirito creatore?
L'induzione, a posteriori, avrebbe portato la frenologia ad ammettere, quale principio innato e primitivo dell'azione umana, qualche cosa di paradossale che, in mancanza di un termine più caratteristico, possiamo chiamare perversità.
Nel senso che intendo io, si tratta, infatti, di un mobile senza motivo, di un motivo non motivato.

Sotto la sua influenza noi agiamo senza uno scopo comprensibile: cioè, se questo venisse inteso come una contraddizione in termini, possiamo modificarla così; sotto la sua influenza, noi agiamo solo perché non dovremmo farlo.
In teoria, non ci può essere ragione più irragionevole di questo perché; ma in realtà non ne esiste alcuna più forte.
Per certi spiriti, in certe condizioni, essa diventa del tutto irresistibile.
Io non sono tanto sicuro di respirare quanto lo sono del fatto che la certezza del male o dell'errore di una data azione è di solito l'unica forza invincibile che ci spinge, essa e nient'altro che essa, a condurre a fondo quell'azione.
Né codesto prepotente impulso a fare il male per il male tollera di venire analizzato, o scomposto in elementi più semplici.
È un impulso radicale, primario, di per se stesso elementare.
Si dirà, me lo aspetto, che quando noi persistiamo in certe azioni solo perché non dovremmo persistervi, la nostra condotta è soltanto una modificazione di quella che i frenologi chiamano combattività.
Ma un'occhiata basterà a mostrare la fallacia di una tale idea.
La combattività dei frenologi ha per sua essenza la necessità della difesa personale, che è la nostra salvaguardia contro l'offesa.
Il suo principio si riferisce al nostro benessere; e difatti il desiderio del benessere si sviluppa in noi simultaneamente al suo svilupparsi.
Ne segue, che il desiderio del benessere dovrebbe venire fomentato simultaneamente ad ogni impulso che sia una pura e semplice modificazione della combattività.
Ma nel caso di quel qualcosa che io chiamo perversità il desiderio del benessere non soltanto non viene suscitato, ma addirittura appare fortemente opposto.
Un appello ai sentimenti personali è, dopo tutto, la risposta migliore al sofisma di cui sopra.
Nessuno che sappia consultare lealmente la propria anima ed esaminarla a fondo, sarà disposto a negare l'assoluta autonomia dell'impulso in questione.
Il quale non è meno caratteristico di quanto sia inesplicabile.
Non esiste uomo che ad un certo momento non sia stato tormentato, ad esempio, dal cocente desiderio di provocare, a furia di circonlocuzioni, uno che lo ascolti.

Colui che parla sa di dispiacere; egli ha ogni intenzione di piacere; di solito è breve, preciso e chiaro; il più laconico e chiaro linguaggio lotta sulla sua lingua per trovar esito e solo con difficoltà egli si trattiene dal lasciarglielo trovare; egli teme, anche, e scongiura, la collera di colui al quale si rivolge; e tuttavia il pensiero che certe parentesi e involuzioni possano svegliare questa collera lo colpisce.
Tale pensiero è quanto basta.
L'impulso diviene velleità, la velleità si trasforma in desiderio, il desiderio in una irrefrenabile bramosia, e la bramosia (con rincrescimento e mortificazione profondi, e in disprezzo di ogni conseguenza) finisce per essere soddisfatta.
Ci troviamo dinanzi a un compito che richiede il più sollecito adempimento.
Sappiamo che ogni indugio sarebbe rovinoso.
È la crisi più importante della nostra vita che reclama da noi, con l'imperiosità d'uno squillo di tromba, immediata azione ed energia.
Bruciamo, siamo consumati dall'impazienza di cominciare il lavoro, l'aspettativa dei gloriosi risultati che verranno ci mette l'anima in fiamme.
Deve, dovrebbe essere intrapreso oggi, e tuttavia lo rimandiamo a domani; e perché?
Non c'è risposta, eccetto che noi sentiamo, il rimandarlo, perverso; e usiamo la parola senza comprensione del principio.
L'indomani arriva, e con esso una più impaziente ansietà di fare il nostro dovere, ma insieme a questo accrescersi dell'ansia ecco nascere anche un desiderio senza nome, spaventoso perché impenetrabile, di rimandare di nuovo.
Più i momenti volano e più questo desiderio acquista forza, si impone.
Si giunge all'ultima ora per l'adempimento di quel compito.
Tremiamo nella violenza del nostro conflitto interiore, del definito contro l'indefinito, della sostanza contro l'ombra.

Ma, se la lotta è giunta a tanto, sarà l'ombra a prevalere, e noi ci affanniamo invano.
L'ora scocca, ed è la campana a morto della nostra prosperità.
È anche il canto di gallo del fantasma che ci ha dominati per tanto tempo.
Esso ora dilegua, scompare, siamo liberi.
L'antica energia ritorna.
Lavoreremo, adesso.
Ma ahimè, è troppo tardi!

Siamo sull'orlo di un precipizio.
Vi gettiamo dentro un'occhiata, e malessere e vertigini ci colgono.
Il nostro primo impulso è di tirarci via dal pericolo.
Nondimeno, inesplicabilmente, restiamo.
A poco a poco il nostro malessere, la vertigine, l'orrore sfumano dentro la nuvola di una sensazione ineffabile.
A gradi ancora più impercettibili questa nuvola assume una forma, come il vapore di quella bottiglia dalla quale usci un genio, nelle Mille e una Notte.
Ma questa nostra nuvola sull'orlo del precipizio si condensa in una forma assai più terribile di qualsiasi genio o demonio da racconto, in nient'altro che un'idea, ma paurosa idea, in un'idea che ci agghiaccia il midollo delle ossa con la feroce voluttà del suo orrore.
Ed è semplicemente l'idea delle sensazioni che proveremmo durante il rovinoso precipitare di una caduta da simile altezza.
Questa caduta e l'annientamento fulmineo che ne conseguirebbe, noi cominciamo a desiderarla ardentemente; e perché?; perché per l'appunto implica la più spaventevole e odiosa tra le più odiose e spaventevoli immagini di morte e di agonia che mai si siano presentate alla nostra immaginazione.
E siccome la ragione ci distoglie con violenza dall'orlo dell'abisso, ecco che, con tanto più impeto, ci avviciniamo ad esso.
Non c'è nella natura passione più diabolicamente impaziente di questa per la quale uno, pur rabbrividendo sull'orlo del precipizio, medita in tal modo di buttarsi.
Ch'egli, anche solo per un momento, si permetta di pensare e sarà inevitabilmente perduto; poiché appunto nella riflessione che lo spinge a ritirarsi troverà l'impossibilità di farlo.
Se un braccio amico non lo trattiene, o se non riesce con uno sforzo improvviso a tirarsi indietro, precipiterà e sarà annientato.
Esaminiamo tutte le azioni di questo genere e troveremo sempre che derivano unicamente dallo spirito di perversità, che cioè noi le commettiamo solo in quanto sentiamo che non dovremmo commetterle, al di fuori di questo non c'è alcun principio intelligibile; e, per dire il vero, noi potremmo considerarlo come una istigazione diretta dell'Arcidiavolo, se non fosse noto che certe volte torna a favore del bene.
Tutto questo l'ho detto per poter rispondere in qualche modo alle vostre domande e potervi spiegare come mai mi trovo qui; potervi offrire qualcosa che abbia un vago aspetto di motivo per questi ceppi in cui sono e questa cella di condannato che occupo.
Se non fossi stato così prolisso voi non mi avreste, magari, capito affatto, oppure, alla stessa stregua del volgo, mi avreste preso per pazzo.
Mentre, ora, facilmente potrete persuadervi che io sono una delle innumerevoli vittime del Demone della perversità.
È impossibile che si sia mai ordito un misfatto con più tenace deliberazione.
Per settimane, per mesi, io avevo meditato sui mezzi dell'assassinio, e rigettato mille progetti, perché la loro esecuzione implicava qualche chance di venire scoperto.
Alla fine, leggendo un Memorialista francese, trovai la storia di una malattia, che per poco non riuscì fatale, presa da Madame Pilau per mezzo di una candela accidentalmente avvelenata.
L'idea colpì subito la mia immaginazione.
Sapevo come la mia vittima avesse l'abitudine di leggere a letto, e sapevo anche come il suo appartamento fosse angusto e male aerato.
Ma non c'è bisogno che vi annoi con dei particolari importuni, né che mi metta a riferire tutti i facili artifici grazie ai quali sostituii una candela di mia fattura a quella che trovai sul comodino della sua camera da letto.
L'indomani mattina l'uomo venne scoperto morto, e il verdetto del coroner fu "Deceduto per visitazione di Dio" (per morte improvvisa).
Ereditai la sua proprietà, e tutto mi andò bene per molti anni.
L'idea di essere scoperto non mi passò mai una volta per la testa.
Avevo fatto sparire con ogni cura i resti del cero fatale.
Non avevo lasciato l'ombra di un filo che potesse condurre ad accusarmi, o soltanto a sospettarmi reo del delitto.
Non si può avere un'idea del magnifico sentimento di gioia che mi riempiva il cuore quando riflettevo sulla mia assoluta sicurezza.

Per un lungo periodo di tempo non mi compiacqui d'altro che di questo sentimento.
Esso mi procurava un piacere assai più concreto di tutti i vantaggi puramente terreni che mi venivano dal mio crimine.
Ma alla fine giunse un'epoca con la quale questo piacevole sentimento cominciò, per gradazioni appena percettibili, a trasformarsi in un pensiero ossessionante e tormentoso.
Mi tormentava perché mi ossessionava.
Era appena se riuscivo a liberarmene per qualche istante.
È una cosa che capita a tutti di essere tormentati dal risuonare al nostro orecchio, o piuttosto alla nostra memoria, del ritornello di qualche canzone volgare, o di brani insignificanti di qualche opera.
Né, se la canzone in sé è buona, o l'aria d'opera è degna d'essere apprezzata, la tortura sarà minore.

E così era che, alla fine, io mi sorprendevo a meditare senza tregua sulla mia sicurezza, e a ripetermi, sotto voce: "Sono salvo".
Un giorno, mentre mi aggiravo per le strade, mi sorpresi appunto nell'atto di mormorare, a mezza voce, codeste sillabe abituali.
Ed ecco, in un accesso di petulanza, le rimodellai come segue: "Sono salvo, sono salvo - sì - se non sarò così sciocco da confessare la cosa".
Non appena avevo pronunciate queste parole sentii un gelo prendermi il cuore.
Avevo già avuto qualche esperienza di queste crisi di perversità (la cui natura mi sono sforzato di spiegare), e ricordavo bene che in nessun caso m'era riuscito di superarle.
E ora la suggestione da me stesso casualmente procuratami, che io potessi essere tanto sciocco da confessare il delitto del quale m'ero reso colpevole, mi stava davanti come l'ombra di colui che avevo assassinato; e mi chiamava, facendomi dei cenni, sulla via della morte.
Dapprima, io mi sforzai di scuoter via quest'incubo dalla mia anima.
Mi misi a camminare svelto, più presto, più presto ancora, sinché non mi trovai che correvo.
E provavo un desiderio pazzo di gridare a voce spiegata.
Ogni onda successiva di pensiero mi immergeva in nuovo terrore perché, ahimè, capivo bene, troppo bene che pensare, nella mia situazione, significava essere perduto.
Ancora affrettai il passo.
Vale per morte improvvisa.
Come un pazzo, attraversavo soltanto le strade affollate.
E infine la plebaglia si prese d'allarme e si diede ad inseguirmi.
Compresi allora che il mio destino era segnato.
Se avessi potuto strapparmi la lingua l'avrei fatto; ma una voce rude risuonò al mio orecchio; una grinfia più rude mi trattenne per la spalla.
Mi voltai, e anelavo senza più fiato.
Per un momento provai tutte le angosce della soffocazione; divenni cieco, sordo, con la testa che mi girava; e allora qualche demone invisibile, pensai, mi colpi alla schiena con la palma aperta.
Il segreto per tanto tempo tenuto prigioniero scoppiò fuori dalla mia anima.

Dicono che parlai esprimendomi distintamente ma con una enfasi marcata e un'appassionata furia, come temendo d'essere interrotto prima di concludere le brevi eppur pregnanti frasi che mi consegnarono al boia e all'inferno.
Riferito tutto quello ch'era necessario al pieno convincimento della giustizia, caddi prostrato senza conoscenza.
Ma perché dire di più?
Oggi porto queste catene, sono qui!
Domani sarò fuori dai ceppi, ma dove?

P.S. Altri racconti e articoli li trovate QUI.