Fumetti

Dove la terra brucia: intervista a Paola Cannatella

L’autrice catanese presenta la biografia a colori di Maria Grazia Cutuli

17/06/2013
Dove la terra brucia: intervista a Paola Cannatella

In occasione della recente Etna Comics, si è rivista nella città la natìa Paola Cannatella, 34enne “mezzafumettista” (la definizione è sua), laureata in economia e commercio con una tesi dal titolo “L'editoria di fumetti in Italia: un'analisi di settore”, che oggi abita ad Alessandria e per metà del suo tempo lavora come grafica in web design, impaginazione e lettering di fumetti. Nell’altra metà è autrice e disegnatrice quasi completamente autodidatta. La sua opera più famosa è Maria Grazia Cutuli: Dove la terra brucia, sulla giornalista catanese del Corriere della Sera uccisa in Afghanistan dieci anni prima, da cui abbiamo iniziato a parlare in vista della sua ormai prossima uscita a colori.

Com’è nata l’idea del libro e com’è andata la sua realizzazione?
L’idea è nata dopo una chiacchierata con il mio compagno Giuseppe Galeani, nel novembre 2009. Io ero alla caccia di stimoli per un nuovo libro, diverso da quelli realizzati fino ad allora. Lui mi propose una biografia di Maria Grazia, su cui conoscevo molto poco. Dopo aver fatto una ricerca approfondita, accettai la sfida, proponendogli di coadiuvarmi in tutte le fasi di realizzazione. Da sola non mi sarei avventurata in un soggetto di questo tipo, mentre Giuseppe ha sempre avuto ben chiari tutti i nostri obiettivi. Dal momento in cui abbiamo proposto il nostro progetto alla Fondazione Cutuli è trascorso quasi un anno. Dopo il lungo esame della nostra idea, loro hanno accordato ad aiutarci, fornendoci la necessaria documentazione e permettendo al progetto di arrivare sul tavolo di Simone Romani, editor di Rizzoli Lizard. Dopo aver visionato le tavole di prova, la Rizzoli ci ha dato l’okay: era l’ottobre 2010 e il libro sarebbe uscito per il decimo anniversario della scomparsa della giornalista, il 19 novembre 2011. Seguì un anno frenetico: 25 interviste in giro per l’Italia, numerosi libri sull’Afghanistan letti, tutti gli articoli di Maria Grazia e molti di Julio Fuentes analizzati con accuratezza e scrupolo, definizione della struttura narrativa, composizione dello storyboard sulla base delle critiche della famiglia Cutuli, dell’editore e del Corriere...
Da marzo a settembre ho lavorato alle matite tutti i giorni, quasi 14 ore al giorno, per rispettare quella data! Ma non sarebbe stato possibile altrimenti, io e Giuseppe ci siamo letteralmente innamorati di Maria Grazia. Nel corso di questo 2013 ho inoltre lavorato alla colorazione delle tavole, per l’edizione speciale che verrà pubblicata il prossima 3 agosto, in allegato al Corriere della Sera, nella collana Graphic Journalism, il fumetto che racconta la realtà.


Raccontaci qualcosa del lungo tour che a volte ti vede ancora impegnata...
Diverse presentazioni ci hanno portato giro per l’Italia ma anche all’estero. La più prestigiosa è stata senz’altro a Tolentino (MC), all’interno della mostra collettiva “Nuvole di confine. Graphic Journalism. L’arte del reportage a fumetti”, a fianco di grandi autori come Guy Delisle e Aleksandar Zograf: le tavole originali di Dove la terra brucia erano accompagnate dai numerosi materiali utili alla nostra documentazione, e questa formula espositiva è riuscita pienamente a valorizzare anche gli elementi giornalistici e di realismo del nostro fumetto.
Un altro incontro significativo ed emozionante lo abbiamo avuto all’Università del Lussemburgo, dove io e Giuseppe siamo stati invitati dall’Istituto di Cultura Italiana assieme alla giornalista Laura Silvia Battaglia di Avvenire, ma ricordo con affetto anche le presentazioni fatte nelle scuole superiori di primo e secondo grado di Fusignano (RA), Varazze, Savona e Finale Ligure. È davvero incredibile quello che riesci a comunicare quando parli con sincerità di un lavoro cui hai dedicato, con passione e determinazione, due anni interi! Ma altrettanto meraviglioso è il riscontro che hai dalle persone, in particolare quelle più giovani, che nella maggior parte dei casi sanno poco o nulla della vicenda raccontata nel libro. A dir la verità, visto il successo presso questi ultimi, stiamo lavorando per portare il libro in altre scuole…


Ottima iniziativa! Il tuo nome è poi apparso su alcuni volumi come adattatrice grafica, cosa significa esattamente?
Quando un’opera a fumetti proviene dall’estero, naturalmente il lettering dev’essere tradotto in italiano. Il grafico riceve la traduzione dalla casa editrice e la inserisce nelle tavole nel rispetto dello stile dell’autore del fumetto, il quale può aver scritto i testi al computer – con un font fornito anche all’editore italiano – o a mano. Nel primo caso, il lavoro del grafico è relativamente semplice; nel secondo caso, per imitare la calligrafia dell’autore, l’editore può decidere di utilizzare un font che le assomigli (già esistente o da produrre ad hoc) oppure di commissionare al grafico un lettering manuale. Per Rizzoli Lizard, oltre ai lettering al computer, ho riprodotto manualmente la calligrafia di Craig Thompson (in parte in Blankets e Habibi, integralmente in Addio, Chunky Rice), Enrico Casarosa (Cronache Veneziane) e Vincent Bailly (Un sacchetto di biglie), e mi sono anche un po’ divertita: ti ritrovi a studiare tutti quei minuscoli dettagli della calligrafia di un altro fumettista, e quando riesci a riprodurla ti sembra di essere riuscito ad condividere un pezzetto della sua anima. Nel caso di Casarosa, l’esperienza mi ha coinvolta a tal punto che, quasi senza accorgermene, ho adottato alcune delle sue lettere nella mia stessa grafia!

Cosa ne pensi della divertente (nel senso che non ha molto senso) distinzione tra graphic novel e fumetti? cosa segui di più nel campo delle nuvolette?
Da quando ho acquistato i miei primi fumetti in formato e-book, ho cominciato a distaccarmi dall’idea del graphic novel come libro, storia a fumetti in volume unico caratterizzato da un packaging di pregio, da distribuire in libreria. È anche vero che negli ultimi anni in Italia la distinzione si è fatta un po’ troppo discrezionale, ma a chi non è capitato di trovare negli sguardi degli ascoltatori un rinnovato interesse nei confronti del fumetto, solo perché lo si chiamava graphic novel? Personalmente tengo bene a mente colui che è stato l’ideatore di questo termine e la profonda sensazione di innovazione e freschezza che solo alcuni fumetti riescono a infondermi. A questo scopo suppongo che il numero di tavole debba essere corposo ma limitato.
Da una decina d’anni cerco di seguire e leggere un po’ di tutto – ma sempre troppo poco, in realtà – con la mia consueta attenzione alle autrici di fumetto che, come me, raccontano storie di donne. Nel corso di quest’anno ho gioito per la pubblicazione in edicola di Davvero, la serie a fumetti “al femminile” di Paola Barbato, mi sono entusiasmata alla lettura de La Casati di Vanna Vinci, e molto incuriosita da Io so’ Carmela di Alessia Di Giovanni e Monica Barengo: in entrambi i casi mi è sembrato di percepire, oltre all’apporto di originali intuizioni, come l’autrice sia entrata dentro la “eroina” senza limiti o sconti sulla propria partecipazione.

Su che cosa sei al lavoro, in questi mesi?
Insieme a Giuseppe, sto lavorando alla progettazione di un romanzo a fumetti su una storia che da molto tempo scalpita per uscire fuori. Quando riusciremo a darle forma, mi aspetto di disegnarla concedendomi un sostanzioso slancio alla sperimentazione e prendendo un po’ le distanze dallo stile di disegno di tipo realistico per la quale sono più conosciuta, ma senza dimenticare il fumetto di realtà a cui devo molto negli ultimi anni.

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