Pasquale Frisenda

Settima arte (7): 'Lo straniero' di Orson Welles (1946)

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09/01/2014
Settima arte (7): 'Lo straniero' di Orson Welles (1946)

"Lo straniero" di Orson Welles ("The Stranger" - USA - 1946)

Soggetto: Victor Trivas
Sceneggiatura: Decla Dunning, Victor Trivas, Anthony Veiller

Con: Orson Welles, Loretta Young, Edward G. Robinson, Richard Long, Philip Merivale, Konstantin Shayne

"1946. La Commissione delle Nazioni Unite contro i crimini di guerra cerca uno dei più efferati capi dei campi di sterminio nazisti, Franz Kindler, che è sparito senza lasciare tracce (di lui non si trova neppure una fotografia). Allo scopo di rintracciarlo, Mr. Wilson, investigatore della Commissione, fa liberare, sotto la sua responsabilità, Konrad Meinike, uno degli ex collaboratori di Kindler, che è in prigione appunto per crimini di guerra. Dopo aver ripreso i contatti con gli excompagni nazisti, Meinike si dirige in Messico e qui, discretamente pedinato dalla polizia locale, si reca da un fotografo che si occupa, in realtà, di aiutare gerarchi nazisti in fuga. Il fotografo lo indirizza ad Harper, Connecticut (Stati Uniti d'America), dove Kindler vive sotto le mentite spoglie di uno stimato professore di storia, Charles Rankin, che sta per accasarsi con una delle più eminenti famiglie della cittadina sposando Mary Longstreet, la figlia del giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, Adam Longstreet. Wilson e Meinike arrivano dunque in America. Ma dopo il ritrovamento del corpo di Meinike e dopo che Mary (la quale finora si è rifiutata di credere a quello che Wilson le ha rivelato sul marito) assiste a un film sulle atrocità naziste, Kindler/Rankin si accorge che il cerchio gli si sta chiudendo intorno..."

"Lo straniero" non è tra le migliori opere di Orson Welles, meglio precisarlo subito, e anzi contiene poco delle innovazioni tecniche, stilistiche e narrative che hanno fatto di Welles uno dei nomi più importanti della storia del cinema.
Quella raccontata nel film una storia persino semplice, come è semplice e lineare il modo in cui è raccontata, e se si esclude qualche "impennata" occasionale, è difficile davvero riconoscere lo stile del regista di "Quarto potere" o de "L'infernale Quinlan".
Lo stesso Welles disse de "Lo straniero": "Non c'è niente di me in questo film. L'ho fatto solo per dimostrare che anch'io potevo mettere in piedi un film come chiunque altro".
Anche la recitazione risulta abbastanza di maniera (nonostante una caratterizzazione psicologica non secondaria): Welles prevarica su quasi tutti gli altri ma nello stesso tempo è troppo gigione, e il pur grande Edward G. Robinson risulta forse poco adatto nel ruolo dell'investigatore, dove onestamente sarebbe stato meglio lo stesso Welles (anche se si racconta che in realtà lui avrebbe voluto farlo interpretare nientemeno che da Agnes Moorehead).

Eppure, anche in un suo film "minore" il regista americano riesce ad creare momenti di buon cinema (soprattutto a livello narrativo), e qui segnalo l'inizio del film, l'assassinio nel bosco e la scena della collana (dove la futura moglie di Rankin comincia a prendere coscienza di chi è davvero l'uomo di cui si è innamorata), oltre il finale, che ovviamente non anticipo ma che permise a Welles di aggirare il codice di censura che allora proibiva la rappresentazione del suicidio al cinema, e anche un elemento di assoluto rilievo, che segnò poi il valore (e il senso) del film: l'inserimento di parte di un vero documentario sulle atrocità commesse dai nazisti durante la guerra (il film è del 1946, meglio ricordarlo), una cosa non certo molto visibile allora per il grande pubblico.
Il tutto è incorniciato dalla contrastata fotografia e dallo straordinario bianco e nero di Russell Metty, memore dell'espressionismo tedesco, con l'impiego in senso espressivo della profondità di campo con la conseguente parsimonia di primi piani e di virtuosistici dolly, che evidenziano un tentativo sincero di nobilitare il film.

Non mancano poi alcuni simbolismi con cui Welles riesce a raccontare alcune parti della storia, facendola diventare uno scontro meno manicheo tra le forze del Bene e quelle del Male: la vita dei personaggi presenti, come pedine su una scacchiera (oggetto presente all'emporio del paese e sulla quale molti di loro sono impegnati a giocare) o lo stesso confronto finale sulla torre dell'orologio del campanile, che si ammanta di ambiguità non solo per quello che accade al personaggio interpretato da Welles ma anche per il luogo in sé, segno distintivo della sanità della realtà media americana che vorrebbe contrapporsi agli orrori del nazismo (dimenticando volentieri quelli prodotti in casa propria), ma il campanile è fermo all'inizio del film (quasi a voler rendere l'idea della difficoltà di una ripresa del vivere quotidiano dopo la fine di una guerra) ed è proprio l'intervento del nazista (il Male, l'estraneo) a rimetterlo in funzione, sottolineando una fascinazione persistente in parte della società americana - descritta sempre con una certa ironia da parte dell'autore - nei confronti delle teorie naziste (non è un caso che Kindler, arrivato in America, assuma il ruolo del professore, di colui che ha il compito di insegnare alle nuove generazioni).

Va detto che probabilmente non vedremo mai "Lo straniero" così come Welles l'aveva voluto, immaginato e girato.
Di quello che doveva essere l'inizio del film (e parliamo di quasi un'ora di girato che a detta dei testimoni pare fosse ottimo) si è infatti persa ogni traccia.
Quella che abbiamo davanti è quindi - come nel caso di tutti i titoli di questo regista dopo il suo film d'esordio "Citizen Kane" - un producer's cut, che tende a semplificare, per divulgarle al pubblico medio americano, le complesse intenzioni autoriali di quello che resta uno dei più grandi registi di sempre.
Una versione molto fraintesa ed incompresa che fu, come detto, criticata anche dallo stesso Welles, e non solo per i tagli ad essa inferti, ma per una relativa debolezza sul piano della resa drammaturgica, non ben equilibrata tra l'aspetto melodrammatico (la giovane costretta a prendere coscienza del fatto che l'uomo che ama è un criminale) e il bisogno di un preciso impianto didattico (il film è anche un tentativo di ricordare gli orrori della Seconda Guerra Mondiale appena conclusa, tentando di esorcizzare la paura di elementi nazisti presenti nel tessuto sociale americano, anche solo ideologici).

Qui trovate la presentazione del film ad opera di Piero Di Domenico:

qui il trailer originale:

mentre questo è il trailer di un documentario dedicato alla turbolenta vita professionale di Orson Welles:

Buona visione!


P.S. Altri post su cinema, fumetto, illustrazione ed altro li potete trovare QUI.