Fumetti

Panini Comics - ‘Hellshock’, la recensione

Ospite di recente in Italia, Jae Lee si segnalò venti anni fa per una miniserie molto particolare

30/06/2014
Panini Comics - ‘Hellshock’, la recensione

Non si può parlare (e ne avevamo già parlato) di Jae Lee senza parlare di Image Comics; estate 1992, in seno alla Marvel Comics, all'epoca in uno dei migliori momenti di successo economico della sua lunga militanza sul mercato, si realizza una dipartita choc di alcuni (sette) autori diventati autori di culto. Questi autori fondarono una nuova casa editrice, in grado di dare una risposta concreta alla richiesta economica che gli stessi autori avevano avanzato alla Marvel (partecipazione agli utili sulle vendite) e permettendo loro di realizzare progetti creator owned, dei quali potevano detenere il controllo economico in tutti i sensi.

Ai vari Jim Lee, Rob  Liefeld, Erik Larsen e via dicendo si aggiunsero, poco dopo, altri autori (soprattutto sceneggiatori) che diedero man forte ai fuggitivi, costretti a scontrarsi con le dure regole delle deadlines e del fatto che gestire un prodotto da "editor" e "editore" piuttosto che solo come matitista evidentemente comportava maggiori compensi ma soprattutto minori tempi per realizzarlo.

Uno degli autori arrivati in seconda battuta ma comunque con un progetto tutto suo fu proprio Jae Lee; matitista di lusso e dotato di un segno che oggi definire iconico è poco e che gode in maniera meritata della mia venerazione perenne.

All'epoca era quasi agli esordi, anche se il suo vero debutto era stato, giovanissimo, proprio in casa Marvel; il suo Hellshock, va detto, però risultò essere subito un qualcosa di diverso e sicuramente fuori dal target usuale della neonata casa editrice. Lontano dai supereroi sia concettualmente che graficamente, Hellshock fu un progetto che vide la fine in soli tre numeri, una miniserie snella che fu comunque solo una delle collaborazioni dell'autore statunitense / coreano con la Image.

Da un punto di vista grafico rivedere un Jae Lee così giovane è davvero interessante; nella prefazione di Jim Lee scopriamo che entrambi, all'epoca, erano fan sfegatati del lavoro di John Byrne. In grado, entrambi, di copiarne lo stile in singolari tenzoni di disegno.

Eppure Lee (Jae, il nostro) fin dal principio ha messo alcuni punti fermi che hanno iniziato a rendere la sua arte particolare ed unica; strada facendo ha poi (e in Hellshock siamo in una terra di mezzo, a cavallo fra gli inzi e lo straordinario oggi) eliminato alcune cose e messo a fuoco altre fino a diventare quel che è ora.

Qui, ad esempio, troviamo ancora immagini di personaggi ritratti a tre quarti, cosa destinata a scomparire, visto che ora (come quasi sempre accade per il nostrano Corrado Roi, di cui parleremo ripetutamente a breve) li rappresenta quasi esclusivamente di faccia o di profilo. O anche il suo tratteggio, che da violento sporco per dare profondità ad un nettissimo bianco e nero, è diventato più pulito, accennato, idealizzato.

Oggi, come abbiamo già scritto, Lee è "un autore evocativo, dal tratto essenziale anche se non in linea chiara e dagli sfondi soventi del tutto se non presenti solo con decorazioni che alludono ad una sensazione, piuttosto che descriverla. [...] cristallizza l'impaginazione in una struttura assolutamente modello Art Noveau, prediligendo vignette tonde centrali che, quando non sono a centro pagina, sono tagliate a spicchi verso l'alto o verso il basso.".

All'epoca, per fare un altro esempio, Lee strutturava ancora le sue tavole con vignette rettangolari in una gabbia quasi  "basic" e comunque raramente si allontanava con vignette dalle dimensioni o dalla struttura particolare.

Molto interessante è cercare, fra le pieghe dei disegni, le qualità dell'autore che poi verranno fuori in maniera definitiva solo un po' più avanti e non necessariamente in progetti da lui scritti. Possiamo dire che sicuramente la chance avuta all'epoca è stato un buon banco di prova e soprattutto è stato interessante poter vedere, così giovane, che tipo di racconto aveva voglia di proporci il terzo Lee per ordine di popolarità in seno alla Marvel (dopo Stan e Jim, ovviamente).

La storia, infatti, porterà il lettore in un vortice a cavallo fra follia e sanità mentale, fra normale e anormale, fra Paradiso e Inferno, fra realtà e sogno. Un percorso che, nei suoi passi onirici, sembra assolutamente nelle corde grafiche dell'autore, riuscendo a tenerci in bilico fra realtà e immaginazione infatti, come presumibilmente nelle sue intenzioni. Per concludere, quindi, un passo interessante della carriera di un autore ormai fra i top player del mercato del fumetto supereroistico di oggi che, in volume singolo autoconclusivo, prova a farci entrare in una storia onirica e disperata.

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