Pasquale Frisenda

'Il racconto delle mani di Dio' di Rainer Maria Rilke

Con ironia e delicatezza, il poeta austriaco scrive dell'origine dell'Uomo e della difficoltà di Dio a capire la sua creazione.

31/10/2015
'Il racconto delle mani di Dio' di Rainer Maria Rilke

"Abitai alcuni anni vicino a Berlino, in una casetta di campagna che si chiamava Villa Waldfrieden (probabilmente da molto tempo non esiste più, inghiottita da tutte quelle case di pietra che le furono costruite poi intorno); e là scrissi le "Storie del buon Dio". La mattina presto giravo a piedi nudi nel bosco, completamente deserto, di Dahlem. Era ancora possibile farlo, allora." - e ancora - "Cosa devo alla Russia? È lei che ha fatto di me quello che sono divenuto… tutte le mie profonde radici sono là.": sono due affermazioni da Rainer Maria Rilke (1875-1926) solo apparentemente slegate tra loro.

Il poeta austriaco, di origine boema, si recò in Russia nel 1899 e nel 1900 con l'amica e amante, Lou Andreas-Salomé (già amica anche di Friedrich W. Nietzsche, e in seguito collaboratrice di Sigmund Freud), e restò affascinato da quel Paese, che gli permise di superare un periodo di incertezza e ritrovare la vena creativa.
A Mosca e San Pietroburgo, Rilke e Salomé visitarono i musei e incontrarono artisti e scrittori (tra cui Lev Tolstoj), mentre, nel secondo viaggio, percorsero le province.
L'immensità della Russia dette a Rilke l'impressione di percorrere una terra ancora incontaminata, semplice, dove molto forti erano la fede e la fratellanza degli uomini, qualità che pervasero il poeta e gli fecero approfondire la sua ricerca spirituale.
Dopo quei viaggi, infatti, Rilke pubblicò le tre parti del Libro d'ore - che secondo l'autore è espressione del suo diretto rapporto con Dio senza il tramite della Chiesa -, Il libro delle immagini e le Storie del buon Dio.
Quest'ultimo (Geschichten vom lieben Gott - 1900) raccoglie tredici racconti incentrati sulla figura del Creatore, e sono storie "narrate ai grandi perché le ripetano ai bambini", come scrisse Rilke a mo' di artificio letterario per nascondere sotto la parvenza di fiabe, in cui Dio risulta presente in ogni minima cosa, le sue profonde riflessioni sul rapporto tra l'uomo e il divino.
Storie che sono storie ispirate, almeno in parte, anche dai racconti popolari russi, che Rilke descrisse così: "Sono melodie che nessuno, né cosacco né contadino, ha potuto ascoltare senza piangere, ma sono anche storie permeate di un fine umorismo. Esse non raccontano, però, un Dio mistico e inaccessibile, ma un Dio che sente e si piega davanti al pianto di una bimba e si arrabbia con l'angelo che gli attribuisce poteri che non ha".

Magda von Hattingberg iniziò così il suo libro autobiografico Rilke e Benvenuta: "A sera, per le vie, nelle vetrine dei negozi ornati a festa, sui tradizionali abeti, carichi di gingilli, splendevano candeline colorate, biscotti di pan pepato e stelle d'argento. Girando per la città mi fermavo a guardare le meraviglie esposte: giocattoli e bambole, magnifica argenteria, borse di pelle, sciarpe di seta e preziose incisioni. Io, per conto mio volevo comprare un libro. Non uno già fissato, ma piuttosto uno che mi sapesse dire e dare qualcosa di ben diverso da quel che avevo sinora provato o letto. In qualche parte di questo mondo doveva pur esserci una voce consolatrice, capace di liberarmi dalla tristezza e dalle pene di un periodo di intime delusioni, che avevo allora appena superato; una voce che sapesse dare a una giovinezza rovinata un senso nuovo, una nuova visione della vita. Mi recai in una piccola ma bella libreria, di cui conoscevo il proprietario, dicendogli: "Mi dia un libro diverso da tutti gli altri, un libro meraviglioso." Il vecchietto fece un cenno col capo, come per dire di aver capito; si avvicinò a uno dei grandi scaffali scuri e lucidi, ne estrasse un volumetto sottile dalla copertina verde e nera, me lo mise dinanzi e disse: "Eccolo." Aprii la prima pagina e lessi: "Storie del buon Dio" di Rainer maria Rilke. "Chi è questo Rilke?" chiesi. Il mio vecchio amico prese il libro, lo incartò, me lo porse, dicendo con una certa solennità: "È un poeta, un vero poeta; tutto il resto è scritto dentro." Così mi portai a casa le "Storie del buon Dio", passando per le vie della città in festa, rischiarate dalla neve, e il mio passo mi sembrava divenuto più lieto, e mi pareva di portare in mano, quasi consolata dal presentimento di un prossimo miracolo, come la luce di una stella. Lessi, anzi pregai tutta la notte nel libro di Rainer Maria Rilke, di cui poche ore prima non conoscevo neppure il nome. C'era la storia di Michelangelo e quella di Timofei; di Ewald il paralitico e dell'uomo che ricevette una lettera; lessi la storia dei bambini, e della morte che non riusciva a far morire l'amore e che doveva sbocciare come fiore oscuro nel giardino degli amanti. Mi sembrava che tutte le mie sofferenze, da poco superate, fossero molto lontane da me, come un passato ormai svanito. Una sola volta, prima, in un'ora di perplessità, d'intima pena – ero allora quasi bambina, – avevo trovato conforto in un libro."

Visto l'argomento trattato nel racconto, fa piacere sapere poi che nell'edizione del 1904 del libro il poeta aggiunse questa dedica: "Posi una volta, cara amica, questo libro nelle vostre mani: e voi l'amaste come mai nessuno prima. Da allora ho creduto che esso vi appartenga: lasciate perciò che scriva non solo sulla vostra copia, ma su tutti gli esemplari di questa nuova edizione, lasciate che scriva: le "Storie del buon Dio" appartengono a Ellen Key."
Ellen Key (1849-1926) fu una pedagogista e scrittrice svedese di fama internazionale che trattò tutti i temi riguardanti l'ambito familiare e il ruolo della donna nel matrimonio, nella cultura, nella religione e nella politica, e particolare attenzione la rivolse al mondo infantile, tanto che le sue idee sull'educazione, l'istruzione e gli spazi dedicati ai bambini sono stati presi a modello in Svezia e in altri Paesi e tuttora insuperati.

Qui di seguito trovate quindi Il racconto delle mani di Dio.

Buona lettura!

Il racconto delle mani di Dio di Rainer Maria Rilke (da Storie del buon Dio - 1900)

Non molto tempo fa, un mattino, incontrai la mia vicina di casa. Ci salutammo rispettosamente.
Che autunno! – mi disse dopo una pausa e levò lo sguardo verso il cielo. Io la imitai.
Era un mattino veramente molto limpido e dolce per il mese d'ottobre. D'un tratto mi sovvenne qualcosa.
Che autunno! – esclamai, agitando appena le mani. La vicina assentì, con un cenno del capo. La osservai per un momento. Il suo viso sano e bonario si alzava e abbassava con molta grazia: un viso chiaro, appena segnato alle tempie e intorno alle labbra dall'ombra di qualche ruga. Da dove potevano venirle?
Le chiesi impulsivamente: – E le sue bambine? Le rughe scomparvero per un secondo dal suo viso, ma subito tornarono a evidenziarsi più scure.
Grazie a Dio, stanno bene, ma… - la vicina si incamminò e io mi posi alla sua sinistra, come si conviene.
Sono nell'età in cui i bambini continuano a far domande. È un continuo "Perché?" da mattina a sera.
Sì, – mormorai, - c'è un'età… - Ma forse non mi sentì.
E non soltanto chiedono: "Dove va questo tram? Quante sono le stelle? Diecimila è più di molto?" Ma molte altre cose, per esempio: "Il buon Dio parla anche cinese?" oppure "Com'è fatto il buon Dio?" Chiedono sempre tutto sul buon Dio, e noi sappiamo così poco di lui.
Si sa poco davvero, – convenni – Si fanno supposizioni…
Oppure domandano delle mani del buon Dio, ma com'è possibile? 
Guardai la mia vicina negli occhi.
Mi permetta – dissi gentilmente – Lei ha appena detto "le mani del buon Dio", non è vero? La vicina annuì e, credo, con un po' di sorpresa.
Sì, – mi affrettai a soggiungere – sulle mani del buon Dio so qualcosa. Per caso… – precisai in fretta, quando mi accorsi che i suoi occhi si spalancarono, – proprio per caso… io... Insomma, – conclusi con decisione, – le racconterò quello che so. Se ha un momento, l'accompagno fino a casa, il tempo sarà sufficiente.
Con piacere, – disse, ancora stupita, appena la lasciai parlare, – ma se volesse raccontare lei alle bambine…
Raccontare io ai bambini? Mi dispiace, signora, non è possibile, assolutamente impossibile. Vede, quando devo parlare ai bambini, io mi confondo subito. Di per sé questo non è grave, ma i bambini, vedendomi in confusione, potrebbero pensare che stia mentendo… Invece mi sta molto a cuore la veridicità della mia storia… La ripeta lei ai bambini: farà certo molto meglio di me. Lei riuscirà a combinare e ad abbellire i fatti che le racconterò nella forma più semplice e breve. Va bene?
Bene, bene – mormorò distrattamente la vicina. Mi concentrai e iniziai: In principio… – ma subito mi interruppi – Devo supporre, signora, che conosca quelle cose che ai bambini andrebbero raccontate prima, per esempio, la creazione… Seguì una lunga pausa, poi: – Sì… il settimo giorno… – La voce della brava signora suonò alta e acuta.
Non solo! – esclamai – Occorre considerare anche i giorni precedenti, perché proprio di questi si tratta. Com'è noto, il buon Dio iniziò la sua opera creando la terra, separando questa dalle acque e comandando la luce. In seguito, con meravigliosa rapidità, formò le cose, cioè le cose grandi, le cose vere: le rocce, le montagne, un albero e, su questo modello, altri alberi.
Già da qualche tempo sentivo alle nostre spalle un rumore di passi, che non ci superavano, né si distanziano. Mi infastidivano, perciò continuai confusamente la storia della creazione, dicendo: Per l'uomo è possibile comprendere un'attività tanto rapida e feconda soltanto se si presume che, dopo lunga e profonda riflessione, tutto era già predisposto nella sua mente, prima che… Finalmente i passi ci raggiunsero e una voce non proprio gradevole ci fermò: Scusi… lei certo sta parlando del signor Schmidt. 
Mi volsi irritato verso la persona sopraggiunta e la mia vicina parve molto in imbarazzo: Uhm, – tossicchiò, – no… cioè… sì… parlavamo così… in certo qual modo…
Che autunno! – esclamò improvvisamente l'altra donna, come niente fosse. Il suo viso piccolo e rosso sembrava brillare. – Già, – udii rispondere la mia vicina, – ha ragione, signora Hüpfer, un autunno di rara bellezza. Quindi le due donne si accomiatarono. La signora Hüpfer ridacchiò ancora: – Mi saluti i bambini. La mia buona vicina già non le prestava più ascolto; era curiosa di sentire la mia storia. Ma, con una durezza incomprensibile, dissi: Ora non so più dove eravamo rimasti.

Stava dicendo qualcosa sulla mente, voglio dire… La mia vicina era violentemente arrossita. Mi fece sinceramente pietà, perciò continuai in fretta: – Sì, dunque, lei può immaginare che finché le cose furono le uniche create, il buon Dio non aveva necessità di stare a guardare continuamente sulla terra: laggiù non poteva accadere nulla. È vero che il vento soffiava sopra le montagne, tanto somiglianti alle nuvole che già conosceva, ma evitava ancora le cime degli alberi con una certa diffidenza. E il buon Dio si compiaceva di questo. Egli creò tutte le cose nel sonno, per così dire: soltanto quando fu la volta degli animali il lavoro cominciò a interessarlo. Solo di rado si sporgeva e sollevava le folte sopracciglia per gettare uno sguardo alla terra. E si dimenticò di tutto mentre era intento a creare l'uomo. Non so a quale complicata parte del corpo fosse arrivato, quando intorno a lui frusciarono delle ali. Era un angelo che gli volava sopra cantando: "O tu, che tutto vedi…" Il buon Dio trasalì. Aveva indotto l'angelo in peccato, poiché nel suo canto c'era una bugia. Subito Dio Padre abbassò lo sguardo sulla terra e davvero laggiù era accaduto qualcosa cui sarebbe stato difficile porre rimedio. Un piccolo uccello svolazzava qua e là spaventato e il buon Dio non era in grado di fargli ritrovare la via del suo nido, perché non aveva visto da quale bosco il piccolo animale fosse uscito. Si arrabbiò molto e ordinò: "Gli uccelli devono rimanere là dove li ho posti." Ma si ricordò che aveva concesso loro le ali degli angeli, in modo che anche sulla terra vi fosse qualcosa di simile agli angeli, e ciò lo indispettì di più. Si sa che non vi è rimedio più efficace del lavoro contro tali stati d'animo. Così Dio tornò ad occuparsi dell'uomo e in breve riacquistò la serenità. Aveva davanti a sé, come specchi, gli occhi degli angeli; in essi confrontava i propri tratti, mentre plasmava, lentamente e con gran cautela, il primo volto su una sfera posata sul grembo. Era riuscito a dar forma alla fronte. Molto più difficile, invece, era ottenere simmetriche le narici. Tutto intento nel lavoro, si chinava sempre di più quando di nuovo qualcosa gli svolazzò sopra. Alzò lo sguardo: lo stesso angelo volteggiava sopra di lui con ampi giri. Questa volta non lo udì intonare alcun inno, perché la voce dell'angelo si era spenta quando disse la bugia, ma dal movimento delle labbra Dio comprese che continuava a cantare: "O tu, che tutto vedi…". Nello stesso istante san Nicola, che presso Dio gode di particolare considerazione, gli si avvicinò e attraverso la sua lunga e folta barba disse: "I tuoi leoni siedono tranquilli, sono proprio creature molto altezzose, devo dire. Ma un cagnolino, un terrier, sta correndo lungo il limite della terra e ben presto precipiterà." Il realtà il buon Dio vide qualcosa di festoso e di bianco, che, come un piccolo lume, danzava dov'è ora la Scandinavia, là dove la curva terrestre si fa pericolosamente pronunciata. Preso da una grande ira, urlò a san Nicola che, se i suoi leoni non gli piacevano, provasse lui a farne altri da solo. Allora san Nicola uscì dal cielo sbattendo la porta con tanta forza che una stella si staccò e cadde proprio sulla testa del terrier. Ora il disastro era completo e il buon Dio dovette ammettere di esserne l'unico responsabile. Concluse quindi di non distogliere mai più lo sguardo dalla terra. E così fece. Affidò il lavoro alle sue mani, anch'esse sagge, e, sebbene fosse molto curioso di conoscere l’aspetto che avrebbe assunto l’uomo, tenne gli occhi puntati sulla terra, ma su di essa, come per dispetto, in quel momento non si muoveva neppure una fogliolina. Per avere almeno un piccolo sollievo davanti a tanta noia, aveva ordinato alle sue mani di mostrargli l’uomo prima di consegnarlo alla vita. Molto spesso aveva domandato, come i bambini quando giocano a nascondino: "Pronto?", ma come risposta aveva solo il rumore delle sue mani impegnate a modellare. L'attesa si stava facendo molto lunga, quando d'un tratto scorse qualcosa precipitare nello spazio: era una cosa scura, che dalla direzione sembrava provenire dal suo fianco. Colto da un brutto presentimento, richiamò le mani. Queste gli apparvero coperte d’argilla, calde e tremanti. "Dov'è l'uomo?" – gridò loro. Allora la destra inveì contro la sinistra: "Sei stata tu a lasciarlo!". "Un momento," – replicò con forza la sinistra – "Sei stata tu a voler fare tutto da sola, senza lasciarmi neppure fiatare". "Proprio per questo avresti almeno potuto tenerlo stretto!". La destra si levò, ma poi si calmò e le due mani, stringendosi insieme, spiegarono: "L'uomo era così impaziente! Continuamente si divincolava per poter vivere subito. Non potevamo fare nulla, siamo innocenti, credici". Il buon Dio era però molto arrabbiato. Respinse con stizza le mani dal suo cospetto, perché gli impedivano la vista della terra: "Non vi riconosco più. Fate quello che volete". Allora, le mani provarono a muoversi da sole, ma qualunque cosa cominciassero non riuscivano mai a finirla: senza Dio, non vi può essere alcuna conclusione. Alla fine le mani si stancarono e adesso rimangono in ginocchio per tutto il giorno, facendo penitenza; così almeno si racconta. Noi, invece, crediamo che Dio si riposi, perché è in collera con le sue mani. Il settimo giorno non è ancora finito.

Tacqui un istante.

Del mio silenzio, saggiamente la mia vicina ne approfittò: Lei pensa che una riconciliazione sarà possibile?
Oh, certo, – risposi – almeno spero.
E quando avverrà?
Quando Dio saprà com'è fatto l'uomo, che le mani lasciarono cadere contro la sua volontà.
La donna rimase soprappensiero, poi si mise a ridere: Ma per questo, avrebbe dovuto solo abbassare lo sguardo quaggiù…
Mi permetta – dissi garbatamente – La sua osservazione è certo appropriata, ma il mio racconto non è ancora finito. Quando, dunque, le mani si furono allontanate e Dio ricominciò a guardare la terra, era già trascorso un minuto o un millennio, come vogliamo, perché si sa che per lui è la stessa cosa. Così, invece di un uomo solo, vide un milione di uomini. Ma erano tutti già ricoperti di vestiti. E poiché la moda di allora era senza grazia e deformava i corpi, Dio si fece dell'essere umano un'impressione completamente falsa e, inutile tacerlo, molto negativa.
Uhm, – fece la vicina sul punto di fare una osservazione. Io non le badai, anzi conclusi con voce più alta: È per questo che è urgente e indispensabile che Dio sappia com'è l’uomo in realtà. Dobbiamo rallegrarci che ci sia qualcuno in grado di dirglielo…
La vicina ancora non mostrava di rallegrarsene: E, questo qualcuno, chi potrebbe essere?
Oh, certamente i bambini e, di tanto in tanto, anche le persone che dipingono, scrivono versi, costruiscono…
Che cosa costruiscono? Le chiese?
Sì, le chiese, ma anche altre cose, così in generale.
La vicina scosse lentamente il capo: diversi fatti le apparivano strani. Nel frattempo avevamo già oltrepassato il suo portone e stavamo ritornando lentamente indietro. D'un tratto si rasserenò e scoppiò a ridere: Ma che assurdità! Dio sa sempre tutto e quindi, per esempio, avrebbe dovuto sapere con esattezza da dove venisse l'uccellino. Mi guardò con aria di trionfo. Confesso che sulle prime rimasi un po' confuso, ma appena mi ripresi, fui capace di assumere un'espressione solenne: Cara signora, – le dissi, – questa è una storia assolutamente particolare. Tuttavia, per non farle credere che io mi trinceri dietro a un pretesto (la vicina, naturalmente, negò vivacemente col capo), le dirò in breve: Dio possiede sì tutte le qualità, naturalmente. Ma prima di essere in grado di applicarle, in qualche modo, sulla terra, esse gli apparivano come un'unica grande forza. Non so se mi esprimo chiaramente. Messe di fronte alle cose, le sue capacità si specializzarono e diventarono, in una certa misura, doveri. Dio stentava a seguirli tutti e avvenivano dei conflitti.
In confidenza: tutto ciò è rivolto solo a lei, non deve mai ripeterlo ai bambini.
No, di certo – protestò la vicina.
Vede, se l'angelo avesse volato cantando: "O Tu, che sai tutto", la questione si sarebbe risolta.
E la sua storia sarebbe inutile?
Certamente – confermai. Stavo per congedarmi.
Ma lei è proprio sicuro di tutto questo?
Sicurissimo – risposi in tono quasi solenne.
Allora oggi avrò di che raccontare ai bambini.
L'ascolterei volentieri. Arrivederla, signora.
Arrivederla – rispose. Ma si volse indietro ancora una volta: Perché proprio quell'angelo…
Signora cara, – l'interrompi, – mi accorgo ora che non è perché sono bambine che le sue due figlie fanno così tante domande…
E perché? – si incuriosì la mia vicina.
Vede, i medici sostengono che certi difetti siano ereditari…
La signora mi minacciò con il dito alzato, ma ci lasciammo comunque da buoni amici. In seguito, cioè dopo un lungo lasso di tempo, incontrai di nuovo la mia vicina, ma non era sola e non mi fu possibile sapere se avesse raccontato la mia storia alle bambine e con quale risultato. A togliermi questo dubbio fu una lettera che ricevetti poco tempo dopo.
Poiché non ho avuto dal mittente il permesso di pubblicarla, devo limitarmi a riferirne la conclusione, dalla quale però sarà possibile riconoscerne la provenienza. La lettera, dunque, si chiudeva con queste parole: "Io e altri cinque bambini… dico così perché mi comprendo nel numero".
Risposi subito quanto segue: "Cari bambini, non stento a credere che il racconto sulle mani del buon Dio vi sia piaciuto: piace anche a me. Tuttavia, non posso venire da voi: non inquietatevi. Chissà, poi, se vi piacerei: non ho un bel naso e se questo, come talvolta accade, avesse un brufoletto rosso sulla punta, voi rimarreste per tutto il tempo a fissare stupiti quel puntolino, invece di ascoltare quanto vi starei dicendo con la bocca, cioè poco sotto il mio naso. Potreste anche sognare quel brufoletto… e non sarebbe bello. Vi propongo, quindi, un'altra soluzione. Noi abbiamo (anche senza contare la mamma) un gran numero di comuni amici e conoscenti, che non sono bambini. Scoprirete presto chi sono. A loro racconterò, di tanto in tanto, una storia che vi arriverà, grazie a questi intermediari, più bella di come l'abbia narrata, perché tra questi nostri amici, vi sono dei grandi poeti. Non vi svelerò l'argomento delle mie storie. Ma dato che nulla vi interessa e vi sta a cuore più del buon Dio, così io cercherò di dire, ogni volta che mi sarà possibile, quello che so di lui. Se poi qualcosa non vi sembrerà giusta, scrivetemi di nuovo una bella lettera o fatemelo sapere dalla mamma. È possibile, infatti, che mi possa sbagliare su qualche punto, perché è da tanto tempo che ho sentito le storie più belle e da allora ne ho dovute imparare altre meno belle. Anche nella vita accade lo stesso, tuttavia la vita è qualche cosa di meraviglioso e anche di questo si parlerà nelle mie storie. Vi saluto e mi firmo: Io… ma non per questo uno solo, perché mi sono compreso nel numero".

Le immagini che corredano il posto sono La mano di Dio, una scultura in marmo creata da Auguste Rodin verso il 1898, e oggi esposta al Museè Rodin di Parigi, e un disegno sul mito della creazione biblica realizzato in una scuola elementare.

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