Martin Mystère

[Recensione] L’ombra di Fantômas

Almanacco del Mistero 2012, novembre 2011

16/12/2011
[Recensione] L’ombra di Fantômas

Soggetto e sceneggiatura di Alfredo Castelli, con la collaborazione di Jean Marc Lofficier Disegni di Dante Spada Quando ormai sembrava che l’audace operazione di innesto letterario del Docteur Mystère, attuata qualche anno fa dallo stesso Alfredo Castelli nella serie regolare, avesse dato tutti i suoi migliori frutti e fosse destinata a divenire un “vincolo” consolidato e immutabile dell’universo mysteriano, un altro appassionato della letteratura ottocentesca è giunto a capovolgere completamente e felicemente ogni nostra certezza. La brillante e apparentemente irripetibile “coniugazione” attuata da Castelli, che era riuscito nell’impossibile impresa di collegare Martin Mystere al casualmente omonimo Docteur Mystere dei romanzi di Paul D’Ivoi, è stata replicata con altrettanta arguzia dal noto autore/editore Jean Marc Lofficier, un altro “mostro sacro” quando si tratta di sterminata competenza su questo specifico argomento. Questa volta, come i lettori più attenti hanno capito o dedotto dalla prima ventina di pagine della storia, nonché dalle anticipazioni fornite dallo stesso Lofficier sui suoi siti, il trait d’union tra due (tre!) universi apparentemente scollegati sarebbe stato il trovatello Cigale (poi battezzato Jacques Mystère), del quale finalmente sarebbero state rivelate le origini. Il terzo universo è quello dell’immaginifico e prolifico scrittore ottocentesco Paul Féval, autore considerato tra i padri del thriller criminale moderno: come si può leggere sul sito di CoolFrenchComics, Fèval non solo anticipò, influenzò e surclassò (rispettivamente) autori come Alexandre Dumas, Conan Doyle ed Eugene Sue, ma anche e soprattutto creò il prototipo dell’investigatore poliziesco moderno che si scontra con una invincibile e spietata organizzazione criminale internazionale.


  Jean Marc Lofficier


Ed è su questa nota che chiudiamo la digressione e torniamo al fumetto dell’Almanacco, perché il “prototipo di investigatore” in questione sarebbe niente meno che il padre naturale di Cigale e quindi un illustrissimo antenato di Martin Mystere, con il quale ha in comune il fatto di combattere con un’organizzazione criminale che tende a vestirsi di nero, e cioè les Habit Noirs (le Vesti Nere, come spiegato nel fumetto). Come si può appurare documentandosi in rete, J.M. Lofficier è un vero appassionato di letteratura popolare, sia in termini di documentazione e conoscenza, sia in termini di produzione (saggistica e narrativa): il novanta per cento delle fonti su questo argomento è riconducibile a lui! Basta una breve ricerca per scoprire come il fumetto che stiamo recensendo sia saldamente radicato nella letteratura di Fèval: non solo per l’uso di Remi D’Aix, ma anche per la presenza delle versioni aggiornate di ben quattro personaggi che facevano parte delle Vesti Nere sin dai tempi dei romanzi originali: il longevo colonnello Bozzo-Corona, capo dell’organizzazione; L’Amitié, discendente di Monsieur Lecoq; la contessa De Clare, discendente del conte di Bréhut De Clare; e infine il “picchiatore” del gruppo, Marchef, discendente del temibile boia Coyatier. Questa gustosissima stratificazione, che è un vero piacere svelare svolgendo ricerche con Google, si rivela essere sorprendentemente complessa ed elaborata, grazie al gran numero di autori che vi ha lavorato nel corso dei secoli (!). E, guarda caso, un altro elemento fondamentale di questa storia è proprio l’effetto che strumenti come Google e un mezzo come internet hanno avuto sulla nostra vita. Un esempio non indifferente della portata di questa cattedrale narrativa è dato dal personaggio secondario di L’Amitié (alias Lecoq), ispirato al celebre Vidocq, che a sua volta è stato un modello per Dupin (cose che noi lettori di MM ben sappiamo, grazie a La tredicesima fatica e a SdA). Un altro esempio, molto più importante e vertiginoso nella sua ambizione, è lo stesso colonnello Bozzo: come può essere ancora vivo dopo due secoli, e perché si sforza tanto di tenere nascosto questo fatto? La risposta a entrambi i quesiti è una sola: Bozzo fa parte del ramo francese della Famiglia di Wold Newton! Come abbiamo appreso leggendo l’Almanacco del Mistero 2009 (o le opere di Philip José Farmer) ciò significa non solo che tutti i personaggi sono parenti tra loro, ma che i più “fortunati” sono estremamente longevi: Sherlock Holmes, Nero Wolfe, forse Tarzan... e ora anche il capitano Bozzo. Per finire, J.M. Lofficier gioca un’ultima carta, quella del crossover: i “suoi” personaggi in chiave moderna (compresa la BlackSpear Holdings) sono infatti gli stessi del suo romanzo del 2008, Crépuscule Vaudou (tradotto anche in inglese col titolo The Katrina Protocol). Nulla di tutto ciò deve davvero stupirci: Lofficier è da sempre un maestro della continuità, bravissimo a innestare diversi filoni tra loro o a risolvere trame ideate da altri, come i lettori storici della Marvel ricorderanno. Questa mirabile concezione, purtroppo, è stata parzialmente offuscata dal condizionale che abbiamo usato in un paio di occasioni, perché il fumetto pubblicato all’interno dell’Almanacco del Mistero 2012 promette tutto ciò, ma mantiene solo in parte: come raccontato da Alfredo Castelli nell’introduzione, il soggetto è stato ampiamente rielaborato (nostante 40 tavole fossero già state completate!) per mantenere un’altra promessa, e cioè quella di celebrare l’anniversario di Fantômas.



Da scrittore consumato, Castelli ha compiuto un abilissimo lavoro di adattamento e, con l’occhio dello sceneggiatore, è decisamente divertente e intrigante osservare e ricostruire il suo paziente e metodico lavoro di “taglia&cuci”. Ecco quindi che Il tesoro delle Vesti Nere diventa L’ombra di Fantômas. E, questa volta, la promessa viene mantenuta: come dichiarato sin dall’inizio, infatti, Fantômas non esiste e ciò che attraversa questa storia è la sua ombra, su cui qualcun altro (chi?) è stato modellato, per dare vita al malvagio assoluto, colui che opera il male per il male, senza alcun altro motivo. Già questa premessa (che arriva a metà storia, ma pazienza) basterebbe per promuovere sulla fiducia questa storia e il suo seguito: da anni, ormai, i villain degni di questo nome devono avere comunque un background di motivazioni più o meno condivisibili (si pensi a Magneto di The X-Men, al Doctor Doom di Fantastic Four, al Lex Luthor di Superman); Castelli ribalta questa prospettiva ormai obbligatoria, raccogliendo la sfida di riproporre in chiave moderna e credibile il tipo di criminale assoluto di un’epoca ormai tramontata e vista come più “ingenua”. E possiamo stare certi che non si tratterà di un’operazione dozzinale e banale, col cattivo di turno che dichiara di praticare il male “perché è così e basta” (solo Shakespeare può permettersi certi lussi): se altri autori meno dotati usano “il male fine a se stesso” come scorciatoia, quando ormai sono alla frutta e non sanno più a cosa aggrapparsi per giustificare la cattiveria insensata dei loro banali antagonisti, Castelli scomoda nientemeno che gli imperativi categorici di Kant per definire questo nuovo avversario. Quindi, restiamo ora in fiduciosa (e avida) attesa di scoprire dove arriveremo... non senza offrire un’ipotesi: il tema delle paure moderne legate al collasso del sistema economico mondiale, oltre che essere tragicamente attuale (come lo è la breve riflessione sull’impatto dei motori di ricerca tipo Google) è anche la non tanto sottile metafora alla base di un sinistro personaggio come il cinematografico Doctor Mabuse (che ispirò il nome del demoniaco Mabus): che Castelli voglia rifarsi a quest’ultimo per completare la trilogia iniziata l’anno scorso con Il leone del Transvaal? Del brusco cambio di rotta sembra aver risentito anche la componente artistica della storia. Il graditissimo ritorno di Dante Spada, illustratore di alcuni spettacolari albi della collana Storie da Altrove, è parzialmente offuscato da alcune tavole realizzate apparentemente all’ultimo minuto, ma anche e soprattutto dal nuovo approccio alle chine dell’artista. Sono queste ultime a fare la differenza, essendo più essenziali, velocizzate e scarne. Le matite di Spada, infatti, restano belle e personali come sempre ed è possibile riconoscere in esse tutte le caratteristiche già apprezzate in SdA. Per esempio: personaggi progettati per avere fisionomie uniche e caratterizzanti, oltre che silhouette riconoscibili anche quando sono semplici comprimari (ricordiamo in questo senso la “lezione” di Matt Groening sulla riconoscibilità dei suoi personaggi della serie The Simpsons). Citiamo in particolare il colonnello Bozzo giovane/vecchio e i suoi “scagnozzi”, che speriamo di rivedere, perché sarebbe un delitto sprecare una creazione così felice. O ancora, le angolazioni delle inquadrature, sempre studiate per esaltare l’effetto della sceneggiatura: basti osservare la “stanza del tesoro”, la galleria invasa di ragnatele e topi, e infine l’efficace e scaltra vignetta in cui Bozzo uccide un avversario senza che ciò si veda (in primo piano compaiono la spada e la mano che la impugna, ma è l’ombra sul muro a rivelare l’atto compiuto).


 


Qualche annotazione a parte meritano gli elementi di continuità o quelli non del tutto chiariti. Si può iniziare con Meridiana, giunta ad Altrove dopo che Aldous ha salvato la vita a Bozzo due secoli fa (?): l’idea di questo oracolo che vaticina ogni 50 anni è decisamente materiale per Storie da Altrove. Altrettanto vale per il mistero stesso di Meridiana: priva della sua “anima tecnologica”, come riesce a vaticinare? E infine: da dove proviene questa conoscenza infinita? Nell’universo mysteriano, la risposta d’obbligo potrebbe essere: da un collegamento al databank universale! Qualche fan è rimasto perplesso dalla scena in Corsica, in cui Bozzo e i suoi associati si riuniscono indossando abiti antiquati, ma complottano ai danni di Martin Mystere (e Bozzo indossa il “collare di grazia”!): può darsi che sia una delle tavole riadattate per la nuova versione della sceneggiatura (questo giustificherebbe anche l’errore di pag. 53, in cui la data indicata nel primo riquadro è l’inesistente venerdì 9 dicembre 1911), ma è più probabile che l’abbigliamento sia solo un omaggio al rispettato e temuto “padrino” dell’organizzazione; dopotutto, Bozzo è un uomo del 1800 e probabilmente in privato preferisce ricatturare l’atmosfera della sua epoca, anche nell’abbigliamento. E ovviamente, i suoi pittoreschi sottoposti si adeguano. Restando sul tema della sceneggiatura originale e dell’utilizzo degli elementi narrativi di Paul Fèval, sembra molto probabile che il fumetto mirasse a presentare il personaggio di Remi D’Aix come il padre naturale di Cigale. I conti sembrano tornare: Remi era “giovane e bello” nel 1836, mentre Cigale è morto nel 1902, intorno ai 70 anni d’età. La simmetria continuerebbe col fatto che Remi era un giudice istruttore nemico degli Habit Noirs, i quali per fortuna NON sono gli Uomini in Nero, ma stabiliscono una simmetria/continuità con il discendente di Cigale: Martin. Nota a margine: stando allo stesso Lofficier, il personaggio letterario nemico di Les Habits Noirs si chiamava Remy D’Arx, e si suicidò dopo essersi innamorato di Fleurette, che era in realtà una sua sorella biologica. Questo crudo epilogo giustificherebbe il cambio di nome nella versione a fumetti: come da tradizione mysteriana, che prevede che nella “realtà” di Martin le opere letterarie abbiano spesso un equivalente reale “travisato”, il Remi D’Aix “storico” a cui Paul Féval si era ispirato, cambiandone leggermente il nome, non fu vittima di eventi tanto tragici e visse abbastanza da generare un erede. Saltando di palo in frasca, la scenografia dello studio di Mystere’s Mysteries presenta un logo del titolo della serie che non mi pare di aver mai notato prima: è una creazione di Dante Spada? Se lo è, andrebbe ripresa anche in futuro. Spada conferisce una nuova veste grafica anche alle strutture esterne di Altrove, che hanno una elegante grafica, tanto moderna quanto ispirata alle istallazioni originali (ovviamente non ci riferiamo alla frettolosa tavola di pag. 44, ma alle successive). Cambiando ancora argomento, l’attentato al grattacielo non viene identificato: è un’allusione alle Torri Gemelle di New York che si è preferito non rendere ufficiale? L’assenza di Fantômas dalla storia, oltre che programmatica sin dal titolo, è anche ribadita dal continuo ricorso alla letteratura ufficiale del personaggio, che viene illustrata senza che mai una volta si dica che si tratta della trasposizione di eventi realmente accaduti: rispetto alla tradizione di Martin Mystere, questo è un cambiamento radicale! Il concetto viene ribadito con forza e ironia nel finale: quando l’anonimo villain viene scoperto e bloccato, questi commenta con sarcasmo l’iconografia classica di Fantômas e del Doctor Doom, e non risparmia neppure le regole d’oro del romanzo giallo, da noi tirate casualmente in ballo nella recensione di MM 317. Per finire, un paio di errori da revisore distratto. Il primo: a pagina 102, la data visualizzata riporta l’anno 2001 invece del 2011 (che sarebbe quello corretto per indicare l’evento incombente). Il secondo: Juve e Fantômas si danno prima del “tu” e poi del “voi” nella sequenza del loro ultimo scontro nel 1963 (e qui bisogna menzionare ancora l’abilità di Spada nel rendere le atmosfere dell’epoca, con l’inseguimento in automobile che sembra uscire da un film di James Bond).


L’Almanacco è tale anche per la presenza di rubriche e dossier, come ben noto: esattamente come per la storia, anche queste ultime hanno due anime. Nella sezione dedicata al Mystero nei media, si scontrano critiche piuttosto forti a Adèle e l’enigma del faraone (a nostro avviso immeritate) e commenti “neutrali” ma insistiti sulla trilogia di Twilight. Quest’ultima ha ricevuto questo trattamento di favore anche nell’Almanacco 2011, portandoci a sospettare che in redazione ci sia un fan in incognito! Scherzi a parte, lascia perplessi che un prodotto adolescenziale e decisamente non mysterioso trovi tanto spazio: è vero che ci sono vampiri e licantropi, ma è anche vero che si tratta di una versione all’acqua di rose mirata esclusivamente a fare leva sugli istinti ormonali di un pubblico vittima della pubertà; non si potrebbe accantonare l’argomento in favore di altri prodotti un po’ più curati? Nella sezione dei dossier, si passa dall’intrigante e dettagliata saga di Fantômas, fra l’altro collegata al volume di prossima uscita che Alfredo Castelli ha realizzato sul personaggio, a due rubriche abbastanza svogliate e generiche. L’articolo su Dino Buzzati non è malaccio, ma non ha neanche un elemento mysterioso identificabile, mentre l’ultimo dedicato agli inquisitori si salva solo per certe curiosità sulla componente cinematografica (e per la menzione obbligatoria dell’Eymerich di Valerio Evangelisti!). Quello che manca è forse il fil rouge che un tempo collegava le varie sezioni dell’Almanacco, amalgamandole in un prodotto coerente e omogeneo: purtroppo, dopo decenni di produzione è inevitabile che ciò accada, soprattutto se si vuole evitare di ripetersi. Ultimo argomento, ma non meno importante: la copertina. Anche qui, si scontrano le due nature dell’Almanacco: l’idea di citare la più celebre copertina dei romanzi di Fantômas è tanto felice quanto obbligatoria, e la composizione generale (con Martin e Java nei panni di Juve e Fandor) è ben trovata, ma ci sono altri aspetti che non funzionano e rovinano l’effetto generale. Il primo è la colorazione, troppo semplicistica; strumenti come Photoshop consentono di fare meraviglie, al giorno d’oggi, e una colorazione in stile pittorico sarebbe stata perfetta per questa copertina (recuperando l’atmosfera dell’originale e rendendolo più appetibile per i lettori occasionali). Nel novero della colorazione infelice rientra anche l’effetto ricorrente delle fiamme: come già osservato da un altro lettore, “sono finte!”. Ultimo tocco davvero brutto: il satellite orbitale, prelevato di peso da una delle tavole della storia e incollato in quarta di copertina, senza un briciolo di effetto cosmico di transizione dell’immagine! Ci è chiaro che questa realizzazione “in economia” è vantaggiosa nella fase di lavorazione dell’albo, ma è anche vero che sulla lunga distanza ci sembra lavorare a discapito delle vendite e del rientro economico. Ovviamente, è solo una nostra impressione, non suffragata da dati di vendita e analisi di mercato, ma vorremmo concludere facendo presente che tramite internet (eccoci di nuovo all’argomento del cambiamento che la rete ha portato nelle nostre vite) è possibile trovare artisti veramente talentuosi (per esempio slavi o inglesi) che chiedono tariffe piuttosto contenute al solo scopo di poter presentare nel loro portfolio lavori associati a serie popolari! In conclusione, sebbene l’albo sembri convincerci solo a metà, la verità è che questa mezza convinzione supera di gran lunga la sufficienza: la rosa di argomenti del fumetto è affascinante, la narrazione è avvincente, la vicenda è tanto epica quanto potenzialmente grandiosa. Ora non resta che sperare che la porzione di trama scritta da Lofficier e “abortita” non vada sprecata: vogliamo sapere chi era Remi D’Aix e che legame aveva con Cigale. Di più, ci auguriamo che Lofficier abbia l’opportunità di scrivere un altro soggetto che esplori ancora più a fondo le meraviglie del French Wold Newton Universe! Franco Villa