Martin Mystère

[Recensione] Il segreto di Giovanna d'Arco

'Martin Mystère' n.229, Ottobre 2008

31/01/2012
[Recensione] Il segreto di Giovanna d'Arco

Soggetto e sceneggiatura di Carlo Recagno Disegni di Esposito Bros. Se la signora Rowling e i suoi ghost-writer leggessero Martin Mystère, non potrebbero che applaudire, confrontando il lavoro che loro svolgono in gruppo a ciò che Carlo Recagno invece ha realizzato da solo. Sicuramente lui, da grande fan della saga di Harry Potter, ricambierebbe con modestia, ma di certo questo tessuto mysteriano di trame così immense e dense, dove ogni nuova storia va al suo posto come un tassello di un mosaico infinito, surclassa persino la complessità a orologeria della saga del popolare maghetto. Come abbiamo avuto occasione di sottolineare in precedenza, Martin Mystère, quello vero, è un fumetto unico nel suo genere, capace di offrire ai lettori più esigenti ciò di cui non si trova traccia nelle altre pubblicazioni (o meglio, se ce n'è traccia, fatemi sapere, perché la produzione attuale di Martin Mystère decisamente non mi basta). Leggere Martin Mystère non equivale ad accendere il televisore per piazzarsi davanti alle emozioni dozzinali del reality show del momento, oppure ai programmi di amici che si scambiano pareri personali sulla vacuità dell'irrilevanza, tutti basati su copioni accuratamente confezionati per fare leva sugli istinti più bassi dello spettatore: no, scegliere di leggere Martin Mystère, quello vero, significa voler far funzionare il cervello e godersi un intelligente lavoro di ricerca e documentazione in cui una mente creativa abbia saputo mescolare realtà storiche e fatti inventati ma fascinosamente plausibili. In questa gloriosa e venerata tradizione si inserisce Il segreto di Giovanna d'Arco, culmine di un'epopea nell'epopea, un virtuosismo di vortici narrativi i quali, come la caduta di una sequenza di tessere di un domino dagli schemi simili ad arabeschi, giungono impeccabilmente a compimento dopo anni di gestazione. Il tutto prende il via dalla remota (!) vicenda di Orlando il paladino, grandiosa e immensa storia in cui Alfredo Castelli aveva inconsapevolmente dato inizio alla faida tra Sergej Orloff e Morgana, evolvendo nel contempo Orloff da cattivaccio gambadilegnesco ad antagonista degno di questo nome. Ma si può veramente dire che esista un inizio assoluto? Non esattamente, ma quasi: la stessa storia (per i più precisi, il riferimento esatto è: Roncisvalle, albi nr. 94-95-96 della serie regolare) gettava anche le fondamenta della mytologia degli esagoni, che a sua volta si ripropone ne Il segreto di Giovanna d'Arco, in forma di compendio recagnesco della teoria unificata del mystero. La già citata immensità torna in questo MM n. 299 con tale forza evocativa che non ho potuto fare a meno di cercare e rileggere sia il già citato Orlando il paladino che Il segreto di San Nicola (MM Gigante 1) e La spada di Re Artù (MM 15-16). A dire il vero, ho riletto anche Grendel! (MM 288), ed ero tentato di continuare con L'isola di ghiaccio e di fuoco, L'Ira del cielo, La vendetta di Loki, La città degli angeli e Il sole nero. Ho resistito (per ora) perché altrimenti non avrei scritto la recensione, ma questo tipo di lettura a posteriori è sempre allettante perché è un viaggio/esperienza inebriante, oltre che un segnale di stile: gli albi veramente belli di MM sono quelli che vale la pena rileggere, perché ogni volta hanno qualcosa di nuovo da offrire. È un meccanismo di rinnovamento garantito proprio dalle nuove storie concepite nel segno della continuità rispettosa e appassionata: i capitoli originali, riletti alla luce degli sviluppi più recenti, acquistano un nuovo significato che li rende nuovamente attuali. È una lezione che anche la Marvel e la DC Comics hanno fatto propria nel regno dei comics USA: basti pensare a come il talentuoso Geoff Johns rinnovi costantemente l'universo DC Comics senza mai rinnegare i precedenti (anzi, esaltandoli); oppure come Kurt Busiek abbia condotto a compimento decenni di storie degli Avengers col suo Avengers Forever; o ancora, il rilancio mutante di X-Men: Second Coming, che affonda le sue radici nel lavoro svolto da Chris Claremont negli anni ottanta e novanta. Tornando all'oggetto di questa recensione, la rilettura degli albi precedenti non è stata stimolata solo da motivi banali, come cercare i riferimenti di continuità (cosa che ho comunque fatto), ma piuttosto dall'afflato epico che caratterizza questo arco narrativo che dura da lustri. È anche da notare come l'albo stesso rifiuti l'ossessione autoreferenziale della continuità: le note di rimando (i famosi vedi MM numero xxx) sono infatti state omesse, quasi a dichiarare che i rimandi sono per i rammolliti!. E in effetti, i veri lettori di MM non ne hanno bisogno perché conoscono tutta la cronologia a memoria, mentre al lettore occasionale non importa nulla di sapere quale evento sia accaduto in quale albo e le nuove leve hanno internet a disposizione. È probabilmente per questo stesso motivo che gli elementi fondamentali della storia ci vengono presentati in maniera insolita e quasi dissimulati come elementi di sfondo. Prima c'è il falso coinvolgimento del mondo di Faerie, visto che la vicenda inizia parlando di fate (il che mi ha subito spinto a ipotesi del tutto sbagliate sul contenuto della storia), ma sono già presenti indizi sottili che puntano alle Norne: l'albero colossale, i terzetti di streghe giovani e vecchie. Poi ci sono le vignette mute che si concentrano sulla presenza dell'Anello dei Nibelungi nelle acque della fonte: molto cinematografiche, ma nello stesso tempo completamente prive di didascalie, dialoghi riepilogativi o riassunti contraffatti, sebbene si tratti di un elemento chiave della storia. Infine, ci sono il riepilogo della vita personale di Orloff, che sconfina nel riassunto onirico-simbolico, e il ritorno di Hilda Schmesser e dei Fratelli Iniziati, presentati con la naturalezza solitamente dedicata ai personaggi fissi, di cui tutti sanno già tutto. Tornando al parallelo con la vicenda madre, Orlando il paladino, in entrambi i casi si tratta di opere che si possono definire solo come immense (come già detto): una narrazione che cavalca i secoli, personaggi memorabili, una visione cosmica della storia dell'umanità e del pianeta su cui vive, immani forze mitologiche che si scontrano per stabilire i destini della realtà, piccoli esseri umani che si affannano nelle loro brevi vite e per pochi istanti riescono a eguagliare lo splendore degli dei. A pensarci bene, è semplicemente fantastico che un racconto particolare come quello di Orlando il paladino abbia potuto raggiungere le edicole, ed è ancor più appagante che, dopo tanti anni, l'eredità di quella vicenda sia stata raccolta e portata avanti con altrettanta intelligenza. A mio avviso, Alfredo Castelli dovrebbe sentirsi veramente gratificato dal fatto che il suo lavoro abbia saputo ispirare a tal punto un altro autore. Questo è ciò per cui vale la pena dedicarsi con passione alla scrittura, probabilmente: molto meglio delle ultimatizzazioni di esordienti pretenziosi che detestano le caratteristiche del tuo personaggio, e vogliono cambiarlo per renderlo più conforme ai loro gusti e a quelli del pubblico moderno. Come dicevo poche righe sopra, io leggo Martin Mystère perché in questa serie trovo ciò che negli altri fumetti non c'è. Se le caratteristiche che lo rendono unico diventano un fardello di cui sbarazzarsi, se bisogna a tutti i costi imitare gli altri fumetti, allora tanto vale smettere di leggere Martin Mystère e passare invece direttamente a uno degli oggetti dell'imitazione. E quindi, cosa rende questo tipo di albo così meritevole per il Mysteriano accanito? I segnali di stile già accennati in precedenza. Per esempio, la vicenda, che è più complessa che mai: se il suo predecessore ideale, per quanto fluviale, risultava infine ragionevolmente lineare, questa volta abbiamo due narrazioni che si svolgono in parallelo, apparentemente l'una ignara dell'altra, con le Norne a fungere da improbabile cerniera, almeno finché Martin stesso non le fa convergere nella ricostruzione storica che è il suo forte. È a questo punto che la storia si unifica e le numerose sottotrame cominciano a confluire verso il tragico epilogo. Ma attenzione: non si può dire che la narrazione si banalizzi, perché ogni singolo elemento messo in scena ha uno scopo ben preciso nella trama: non ci sono colpi di spugna, morti di massa, omissioni eclatanti o brutali cambiamenti di personalità a risolvere la faccenda; c'è invece un impiego onesto, puntuale e soprattutto ispirato di ogni filo narrativo disponibile. La metafora della tessitura dell'immenso arazzo narrativo è più adatta che mai ed è una delle caratteristiche che rendono Martin Mystère più interessante di altri prodotti. Altro elemento di stile: l'ironia. Una delle Norne paragona la vicenda personale di Orloff a una soap opera, cosa su cui l'autore aveva già scherzato in precedenza, rispondendo alle critiche dei fan (in Grendel!, Monique rifiuta apertamente gli stereotipi da soap opera). Nello stesso tempo, però, pur sottolineando l'epicità dell'intera faccenda in contrapposizione al melodramma esagerato delle peripezie di Christine, le Norne non possono esimersi di tanto in tanto dall'uscirsene con battute dissacranti espresse in un linguaggio quotidiano, in netto contrasto con il lessico aulico e ricercato tipico degli dei: è ironia sulla risposta all'ironia, nello stile del metafumetto esplorato anche da Castelli nel recente albetto Eccentrici visitatori dalla Seconda Dimensione (allegato a Martin Mystère Special n. 27). All'ironia si accompagnano le riflessioni sugli aspetti paradossali della vita moderna: in questo caso specifico, si tratta delle email di spam che tutti noi abbiamo ricevuto (e letto) almeno una volta, probabilmente chiedendoci se potesse davvero stare accadendo a noi (per poi vergognarci della nostra credulità). Torna anche il racconto nel racconto, sebbene questa volta con uno spazio abbastanza ridotto: è l'email di Hilda, scritta nel tipico stile ponderato e signorile che caratterizza gran parte dei personaggi della serie (persone vere, ma anche colte, mature, capaci di dominare le emozioni in favore di una civile razionalità). Non ultima viene l'attenzione dedicata a Sergej Orloff, che in questo albo ruba i riflettori a Martin e si contende con Morgana il ruolo di protagonista. È stato, di nuovo, Orlando il paladino a far sì che ai cattivi della serie venisse riservata una certa attenzione, di solito per rivelare lati inediti della loro storia in grado di renderli un po' più plausibili. Dopotutto, l'unico scrittore che può permettersi il lusso di far agire da cattivi i suoi personaggi perché sì è Shakespeare... Come in Orlando il paladino Orloff si rivelò più complesso del previsto, così fa ora Morgana, che parlando con Giovanna d'Arco si lascia sfuggire finalmente il motivo dietro la sua cerca delle Spade: riportare il mondo all'armonia perduta. Guarda caso, questo tema dell'Età Dell'Oro è a sua volta uno dei perni della trama di Orlando il paladino. Non ci deve stupire: l'intera storia è costruita come un immenso castello di rimandi e simmetrie, dalla semplice scelta di personaggi ed elementi (Orloff, Morgana, Orlando, la Durlindana) alla scelta dei disegnatori (gli Esposito Bros esordirono su MM proprio con Roncisvalle). Da notare, a questo proposito, come ci venga riproposta l'origine di Orloff, specularmente alla solita storia-capostipite. Questa volta, però, l'ottica è doppia: da un lato c'è la narrazione abbastanza asettica delle Norne; dall'altro la sequenza onirica di Martin Mystère, che cita diversi scontri storici con Orloff (tra cui quello assai celebre della copertina del n. 2). Non si può evitare di fermarsi a riflettere sull'ambiguità di Morgana, che pur di raggiungere i suoi nobili (?) scopi non esita a torturare e uccidere, godendosi lo spettacolo. Questa doppia natura richiama chiaramente quella di Orloff, in un parallelo assai azzeccato, ma cita anche la sua antica dualità con Merlino, che ci viene appunto ribadita nella sequenza ambientata nel XV secolo. E a questo punto è difficile non chiedersi chi sia effettivamente Morgana, nelle intenzioni degli autori: giunge veramente dall'epoca di Uther Pendragon, oppure esisteva già da prima? L'abbiamo vista come umana in più di un flashback di quell'epoca, ma era tutto qui? O è forse una reincarnazione, addirittura antecedente ad Atlantide? Cos'è davvero la foresta di Broceliande? In che modo Morgana è sopravvissuta alla sua morte in Orlando il paladino? Perché un tempo era alleata delle forze dell'Annwn, che avrebbero portato sulla Terra il Wasteland, mentre ora cerca di riportare l'armonia primordiale? (Forse per lo stesso motivo per cui fu più volte alleata di Loki: per convenienza?) Di certo, la Morgana dell'epoca moderna è molto diversa da quella più ingessata dell'antichità (nel senso che all'epoca era più calata nella parte dello stereotipo della maga decaduta dedicatasi alla conquista del mondo), come descritta nello Special Il cavaliere verde, dove la ricostruzione degli eventi è lasciata alla parole di Viviana (e potrebbe quindi essere falsa). La prima Morgana era un'alleata di Merlino, che poi divenne corrotta per brama di potere e si dedicò a un crescendo di macchinazioni: dal furto mancato dell'Excalibur all'edificazione di una fortezza zeppa di sortilegi, per poi allearsi con le forze dell'Annwn. Merlino la fermò, ma al prezzo ben noto: in questa duplice forma (ribadita appunto ne Il segreto di Giovanna d'Arco) è giunta sino ai giorni nostri, per poi morire per mano di Orloff, lasciando come suo epitaffio la classica frase pomposa da super-villain sdegnato. Se è morta ed è rinata (rinnovandosi) in questa occasione, non potrebbe averlo già fatto all'epoca di Uther Pendragon? Ci fermiamo qui, ma la personale epopea di questo personaggio potrebbe continuare a ispirare domande all'infinito, tanto è complessa e ramificata. E ancora una volta, bisogna complimentarsi per la sua creazione: non solo perché è stata tenuta traccia di ogni dettaglio della sua ramificatissima vicenda, ma perché si tratta di una creazione davvero felice, evolutasi nella scia dei villain supereroistici statunitensi, che da macchiette cattive per esigenze narrative sono diventate con gli anni esseri umani a tutto tondo, spinti da motivazioni complesse e a volte condivisibili (Magneto di X-Men, Lex Luthor di Superman, Sinestro di Green Lantern e via dicendo, fino ad arrivare al suo doppio di Sergej Orloff). Ultima caratteristica d'obbligo nella serie è quella dell'umanità dei personaggi, sempre per distaccarsi dalle soap opera: basti pensare a Monique nei confronti di Christine, o al tormento con cui Martin ragiona sul perduto(?) amico, un classico di analisi dettagliata stabilito dal celebrato Xanadu! (MM Gigante n. 2). Grazie alla profonda conoscenza della storia di MM, oltre che alla comprensione della fisionomia del personaggio classico, questo albo è un ideale ponte che collega passato e futuro, riprendendo i concetti originali (ma digeriti e meditati, e quindi personali) e rilanciandoli verso un futuro ancora da scoprire. Viene, per esempio, data la lettura definitiva degli eventi del finale de L'isola di ghiaccio e di fuoco, stabilendo una volta per tutte quali emozioni abbiano guidato l'epico conflitto tra Martin e Orloff per l'utilizzo dell'Anello dei Nibelungi. Viene anche rivelato un dettaglio inedito sul Terzo Occhio: introdotto con discrezione, quasi fosse solo un escamotage per chiarire l'identità di Christine oltre ogni dubbio, diventa invece un'altra rivelazione il cui potenziale potrebbe stravolge anche altri personaggi. Per esempio, ci si può chiedere se anche Diana non abbia...? Fra parentesi, molti ricorderanno che la sventurata Christine aveva mostrato aspetti paranormali inspiegabili in Grendel!, albo che a tutti gli effetti è il preludio de Il mistero di Giovanna d'Arco. Ora c'è una risposta anche a quell'enigma. Sebbene la saga di Morgana sembri ancora lontana dal concludersi, MM 299 è comunque una pietra miliare su questa lunga strada, perché, come detto all'inizio, l'albo riannoda (in modo alquanto inatteso) due fili narrativi che ai più scettici erano sempre parsi scollegati: per nostra fortuna Recagno ci ha mostrato, ancora una volta, quanto fossimo in errore. Veniamo infine all'elemento più esclusivo di Martin Mystère: la fusione tra fatti storici e invenzioni di fantasia, ampiamente corredati da documentazione e spiegazioni per i balzi dell'immaginazione che sanno trovare inedite connessioni tra i personaggi storici e letterari più improbabili. In questo caso si tratta di Giovanna d'Arco, la cui spada sarebbe stata la stessa di Orlando: anche lei, a modo suo, è quindi uno dei campioni di questo mondo, come Artù, Sigfrido, Orlando e altri, sebbene la sua missione non sia altrettanto definita, e soprattutto le manchi un consigliere magico adeguato. Giovanna è poco più di un burattino, in balìa delle trame del destino che lei stessa riesce a scorgere. Ma neppure le incarnazioni del destino, le Norne, sembrano poter fare qualcosa per lei, quasi come se la forza che tutto decide fosse collocata persino al di sopra delle tre divinità (lo è, in effetti: è lo scrittore del fumetto). Il richiamo è sottile, quasi occultato, ma sicuramente presente: la forza in azione qui è la stessa di L'uomo programmato (MM 123-124). Superiore a chiunque, dotata di agenti che solo certi eletti (o sfortunati) come Giovanna e Frank Johnson possono vedere. Nel caso di Giovanna, questi agenti sono le Norne stesse! Un vero peccato che non ci fosse in zona anche Jaspar. Come già in passato, sorge spontanea la tentazione del parallelo con uno dei romanzi del ciclo di Eymerich di Valerio Evangelisti, visto che Giovanna d'Arco è comparsa anche in uno di questi ultimi (Mater Terribilis): è interessante notare come, in entrambi i casi, la Pulzella sia uno strumento di forze che non comprende, sebbene lo scopo sia radicalmente diverso (ma altrettanto cosmico). Nella versione di Evangelisti, Giovanna è raffigurata in modo più ambiguo, un'adolescente dalla sessualità ancora non definita, che turba le pulsioni della mente malata di Gilles de Rais; in MM, invece, gli Esposito Bros la visualizzano come la solita sventolona, togliendo un poco di credibilità al personaggio. Gilles De Rais è un altro elemento interessante: mi ha stupito che l'argomento morboso delle sue passioni perverse sia stato toccato, ma nello stesso tempo non si può non notare come l'autore abbia evitato di esplicitare l'orrore di ciò che il Maresciallo di Francia faceva effettivamente alle sue vittime. Visto che siamo in tema di continuità: nella saga delle sette spade donate dai Tuatha De Danaan, Recagno trova il modo di sistemare indirettamente anche un corpo estraneo come la spada di Carlo Magno, Joyeuse, che fu ritrovata nel famoso Team Up Martin Mystère/Nathan Never, e che si rivelò essere solo un'arma atlantidea. Con MM n. 299, si chiarisce che la spada ritrovata da Giovanna non era appartenuta a Carlo Magno, ma al nonno Carlo Martello. Non viene detto, ma ciò serve implicitamente a impedire ogni ipotesi di collegamento. Chiudiamo con un'osservazione sulle due sventurate co-protagoniste femminili della storia: Giovanna e Christine. L'autore traccia un parallelo tra le righe della loro tragica vicenda. Come già detto, le due infelici sono entrambe strumenti di una forza superiore, condannate alla stessa sorte: Christine è manipolata da Morgana, che vede in lei semplicemente un mezzo per un fine; Giovanna è invece condannata al sacrificio dal destino stesso, che per amara ironia lei può vedere ma non cambiare. Nonostante la simpatia delle Norne (qui particolarmente umanizzate, tanto che ci ricordano l'Osservatore dei fumetti Marvel) e i loro deboli tentativi di intervento, al destino non si può sfuggire: è qualcosa che Martin Mystère e soprattutto Sergej Orloff sanno fin troppo bene.


Franco Villa