Pasquale Frisenda

Settima arte (14): 'Dersu Uzala' di Akira Kurosawa (1975)

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15/02/2014
Settima arte (14): 'Dersu Uzala' di Akira Kurosawa (1975)

"Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure" di Akira Kurosawa ("Dersu Uzala" - URSS/Giappone - 1975) 

con: Maksim Munzuk, Jurij Solomin, Schmeikl Chokomorov, Svetlana Danielchenko

"Come è fragile l'uomo, debole e piccolo"
(Il capitano Arsenijev in "Dersu Uzala")

"La prima rivoluzione da fare è quella ecologica. Il problema politico è passato in secondo piano".
(Luis Buñuel)

"Gli uomini di una spedizione topografica, guidati dal capitano Arsenijev, incontrano un nomade, appartenente al gruppo etnico Hezhen, chiamato Dersu Uzala, originario di quei luoghi e che accetta di fargli da guida in quei territori impervi. Inizialmente visto come un rozzo ed eccentrico vecchio, Dersu si guadagna presto il rispetto dei soldati grazie alla sua grande intelligenza, il suo istinto, l'acuto senso di osservazione e la sua profonda umanità. Dersu Uzala salva le vite di Arsenijev e di uno dei suoi uomini per ben due volte. Fra i due nasce una grande, profonda amicizia, che abbatterà tutti i limiti imposti da un retroterra culturale molto diverso e che permetterà al giovane capitano di scoprire il vero significato dell'esistenza".

"Dersu Uzala" segnò il ritorno al cinema di Akira Kurosawa ("Rashomon", "I sette samurai", "Il trono di sangue"), dopo l'insuccesso avuto con "Dodès-Ka-Den" scaturito poi in una grave crisi personale.

Il film, criticato in quegli anni per il fatto di non contenere in sé elementi "politici" (la critica cinematografica sa essere a volte incredibilmente miope e faziosa), venne invece sostenuto con forza da molti autori.
Vincendo nel 1975 il premio FIPRESCI (a Kurosawa viene conferito il Gran premio) al Festival di Mosca, nel '76 l'Oscar come Miglior film straniero, nel '77 il David di Donatello per la Migliore regia, e il David speciale alla Mosfil'm (per la produzione), "Dersu Uzala" si dimostra essere un'opera davvero intensa, una lirica rappresentazione del rapporto tra uomo e natura che non concede nulla alla retorica.
La natura di quella parte di mondo è infatti l'autentica, gigantesca protagonista del film, e il regista riesce a donargli un respiro e della magia, ma anche a ritrarla nella sua autentica durezza e "crudeltà", che impongono all'uomo e alle creature che la abitano una sfibrante e quotidiana lotta per la sopravvivenza.
Una natura ostile, un mondo dal quale l'essere umano fugge per rifugiarsi in un ambiente più ristretto - scolpito a sua immagine e che assecondi le sue necessità - rappresentato dalla vita di città, ma che diventa poi inevitabilmente un insieme di leggi privative (non si può raccogliere l'acqua, non si può tagliare la legna, non si può dormire in una capanna o sotto le stelle) inaccettabili e incomprensibili per chi ne è estraneo.

Nel film, Dersu il cacciatore insegna ai giovani e inesperti militari che compongono la piccola comitiva a seguito dell'esploratore a sopravvivere, ma li aiuta soprattutto a imparare a vivere con tutti i sensi tesi, a dilatare lo sguardo oltre l'apparenza, a scoprire i segreti e a rispettare le leggi che regolano il mondo.
Nella sua visione delle cose, la nebbia è realmente "la terra che respira", il gelo "la riserva della vita", il sole "l'uomo più importante perché senza di lui tutto morirebbe"; anche il fuoco e l'acqua sono per lui "degli uomini potenti" (nel suo variopinto linguaggio, Dersu infatti "umanizza" tutti gli elementi naturali, chiamando "uomo" anche il bastone che lo accompagna da una vita).
Cacciatore per sopravvivere, Dersu uccide solo per mangiare: "Se si uccidono tutti gli animali, di cosa ci nutriremo?".
Quando si accorge che una tigre li sta seguendo la prega di allontanarsi: "Non c'è abbastanza spazio nella taiga? Proprio dietro di noi devi venire?" (la tigre incarna ai suoi occhi lo spirito autentico della taiga, e ne ha un reverenziale timore).
Quando per legittima difesa le sparerà, si prostrerà in ginocchio come chi ha commesso un peccato imperdonabile: da quel giorno infausto, Dersu non sarà più lo stesso (da li a poco comincia a perdere la vista e  crede che questo fatto sia una vendetta dello spirito della taiga).
Vedendolo deperire ogni giorno di più, Arsenijev propone alla guida di stabilirsi in città; Dersu vi resterà per poco, gli sembra di vivere in gabbia (non gli consentono nemmeno di piantare una tenda all'aperto e di tagliare un ramo).
Prima di lasciarlo ripartire per il suo elemento naturale, Arsenijev regala all'amico un fucile di precisione; con quello forse se la caverà comunque, anche se con una vista debole, ma il destino ha in serbo altro, sia per il vecchio cacciatore che per per il giovane esploratore.

Dersu Uzala è impersonato con eccezionale mimetismo da Maksim Manzuk, attore non professionista che nella vita fa il musicologo, e l'amicizia con il capitano Arsenijev (interpretato da Yurij Solomin), è narrata senza eccessi romanzeschi o retorici e il tutto si regge su un equilibrio che non conosce cadute di tono o sbavature (la storia è raccontata attraverso la voce narrante del protagonista russo, essenziale per aiutare lo spettatore a comprendere il significato sia del film che, soprattutto, di quei luoghi, che per Dersu Uzala sono l'unica, possibile vera casa).

Kurosawa si rifà a due libri da lui letti in gioventù e scritti proprio dall'esploratore Vladimir Klavdievič Arsenijev, il primo, "Dersu Uzala", del 1923, e l'altro intitolato "Nel profondo Ussuri", in cui sono riportate notizie circa le sue numerose esplorazioni nel Sichotė-Alin', una regione della Siberia, risalenti ai primi anni del XX secolo, che vengono fusi insieme nell'opera del regista (Kurosawa girò il film proprio nei luoghi narrati da Arsenijev).

Qui trovate due filmati (in lingua originale) che presentano anche alcune foto dei veri Dersu Uzala e Vladimir K. Arsenijev:

mentre QUI, QUI, e QUI trovate il trailer e due clip del film.

Buona visione!


P.S. Altri post su cinema, fumetto, illustrazione ed altro li potete trovare QUI.