Martin Mystère

[Recensione] Martin Mystére n. 330 - 'Il matrimonio di Sergej Orloff'

Un capolavoro assoluto

19/12/2013
[Recensione] Martin Mystére n. 330 - 'Il matrimonio di Sergej Orloff'

Martin Mystére n. 330

"Il matrimonio di Sergej Orloff"

Sergio Bonelli Editore

Dicembre 2013

Storia di Carlo Recagno. Arte di Esposito Bros.

Un racconto travolgente, un vortice di rivelazioni inattese, una sequela di eventi e colpi di scena, un ribaltamento di prospettiva dopo l’altro, un’epopea di portata storica che si sviluppa a colpi di sequenze introspettive e intimiste, uno scontro tra due figure titaniche, un confluire di trame che si dispiegano da anni. Stiamo parlando del leggendario Martin Mystère Gigante n. 2, “Xanadu”?

No. Stiamo parlando del suo degno erede, “Il matrimonio di Sergej Orloff”, albo che rilancia il suo illustre predecessore e, pur concedendo meno spazio al “racconto di formazione”, gode di una compattezza narrativa e progettuale anche superiore (perché quel Gigante, alla fine, nasceva dall’esigenza di rimediare a dimenticanze ed “errori” accumulatisi col tempo, e si disperdeva in sequenze abbastanza fini a se stesse, quasi indulgenze compiaciute non necessarie alla storia).

Nell’intervista "I segreti di Sergej Orloff!", Carlo Recagno colloca “Il matrimonio di Sergej Orloff” nella tradizione dei matrimoni tra personaggi di fumetti, tipicamente rovinati dai supercriminali (uno su tutti, quello di Mister Fantastic e della Ragazza Invisibile), ma non dice deliberatamente che il suo contributo a questa tradizione non si limita a una scazzottata dopo la quale tutto torna come prima e il lieto fine è assicurato. Tra un rapimento, una tragedia, una scoperta e altri sviluppi degni del miglior Dallas, ce ne vorrà di tempo prima che anche solo un barlume di speranza ci venga offerto, in questa storia così unica e importante della saga di Martin Mystère.

Nonostante il prologo ci preannunci già il disastro incombente, la narrazione procede apparentemente in modo rassicurante e consolatorio: i preparativi del giorno del matrimonio, le chiacchiere degli invitati, il riassunto della vita di Orloff con la ben nota “caduta in disgrazia” seguita dalla (opaca) redenzione, i rapporti di amicizia recuperati o costruiti da zero (Java e Diana) e così via.

Ma una prima crepa si insinua in questa atmosfera idilliaca, quando un flashback rivela che dietro la vicenda de “La città delle Ombre Diafane” si celava molta più mytologia di quanta potessimo sospettare, e da lì in poi si scatena una valanga inarrestabile dei già citati rivelazioni, colpi di scena, capovolgimenti. A differenza del Gigante quasi omonimo “Il segreto delle Ombre Diafane”, che si perdeva in speculazioni su oggetti e creature del tutto “alieni” (letteralmente) allo spirito dell’avventura originale, questo MM 330 illustra invece retroscena profondamente radicati nelle origini avventurose ed eroiche del primo Martin Mystère, quello più accattivante e dinamico dei “primi cento numeri”. Ecco quindi che l’enigmatico Centro nipponico dell’avventura originale svela motivazioni e moventi del tutto assenti nella vicenda del suo esordio, rispondendo così a domande vecchissime e mai affrontate: come mai quegli affaristi sapevano così tanto? Perché in seguito rinunciarono e non si fecero mai più sentire? La risposta è nella loro anima nera, il sinistro (e illuminato!) Kenzo, un uomo che pur portando il Terzo Occhio si comporta in maniera assai discutibile (un apparente paradosso, smentito non solo dall’esistenza dello stesso Orloff, ma anche dalle implicazioni di un recente albo dello stesso Recagno).

Dal Terzo Occhio e dal mistero ora risolto di come Orloff sia sopravvissuto allo scontro nella Città di Java, si passa a un altro elemento imprescindibilmente legato all’Occhio, che è a sua volta diventato un’icona della saga di Martin Mystère, ma che nello stesso tempo non è mai stato trattato e approfondito come la curiosità dei lettori avrebbe richiesto. Si tratta ovviamente del Murchadna, di cui vengono stabilite “nuove” verità che, come ogni altra novità di questo albo, si amalgamano armoniosamente con trenta anni fatti già noti: esistono diversi modelli di Murchadna; il loro effetto spazia su una gamma molto più vasta; il legame simbiotico può essere tossico e/o doloroso; la loro fonte di energia nasconde un qualche segreto.

Subito dopo, dall’oggetto, che per Recagno è sempre una scusa per parlare invece dei personaggi, si passa quindi di nuovo all’argomento principe di Martin e Sergej.

Il Murchadna non è più solo una scatola vuota che serve a spegnere i buchi neri, né un “semplice” manipolatore di tendenze morali: nuovi dettagli emergono sulla relazione tra Martin e il suo Murchadna; si insiste in maniera esplicita sulla dipendenza che Orloff sviluppò portandosi il Murchadna innestato nel braccio (l’effetto “stupefacente”); ci si sposta sull’inedito dolore che il nuovo Murchadna causa. Esso è avido di stabilire un rapporto simbiotico! E’ forse vivo? Senziente? Cos’è mai la misteriosa fonte di energia che li alimenta, e su cui Recagno ha detto di avere un’idea per una storia? Speriamo la concretizzi presto, ma nel frattempo questi accenni fanno spaziare l’immaginazione su orizzonti finora mai ipotizzati.

Dal rapporto uomo/oggetto, si passa all’altrettanto misterioso legame tra Martin e Sergej: più che fratelli; invincibili; capaci di fare qualunque cosa quando lottano insieme. In “Xanadu”, quest’ultima frase aveva un significato tutto sommato prosaico: in MM 330, invece, essa viene portata a estremi di interpretazione letterale davvero sorprendenti, con Martin e Sergej uniti come non mai contro il loro nemico.

Questa novità nell’interpretazione del loro binomio/dualità non è solo una rivelazione tanto sorprendente quanto logica nella sua coerenza formale con quanto delineato dal lavoro di Alfredo Castelli, ma è anche il motore di alcuni dei gustosissimi tranelli narrativi in cui il lettore viene trascinato: la presunta catatonia di Martin per aver ucciso Sergej, la sua fuga, il suo comportamento inspiegabile verso gli amici (il cazzotto a Travis) e persino il sottile ma costante mutamento nel suo lessico (notatelo! La freddezza con cui Martin definisce Java “il neandertaliano”, oppure la precisione chirurgica con cui descrive il funzionamento del Murchadna a Kenzo). Tutto quanto contribuisce alla rivelazione che capovolge la prospettiva del racconto, e che spinge a rileggere la storia per essere doppiamente soddisfatti da come è stata orchestrata.

Per inciso, in questi sviluppi del tutto nuovi non mancano le citazioni di elemento storici o più recenti, come il Murchadna di Orloff regolato su stordire (che se non andiamo errati esordì in Speciale Martin Mystère n. 2 “Il tesoro di Loch Ness”), la presunta parentela ancestrale di Martin e Sergej trapelata in “L’occhio sinistro di Rama”, o la possibile sorellastra di Sergej, vista per esempio di sfuggita in Martin Mystère n. 288, “Grendel!”. Felice risulta inoltre la scelta di agganciare questa mytologia immaginaria a un mistero reale, cioè quello della piramide di Yonaguni (che promette di tornare in futuro ed essere ulteriormente approfondita e collegata all’epopea Atlantidea): si tratta di una caratteristica fondamentale di Martin Mystère, assente dalle sue pagine ormai da troppo tempo.

Una breve parentesi va dedicata ai comprimari, usati con accortezza e intelligenza.

Diana è raffigurata nella versione elegante e signorile delineata da Castelli dopo la breve parentesi della strega gelosa (possiamo dire che è quella resa definitiva in “Operazione Dorian Gray”), e dimostra una curiosa e ironica sintonia con Sergej Orloff.

Java non brilla per la caratterizzazione, ma comunque il suo ruolo di forzuto che viene massacrato conferisce una statura inquietante alla minaccia di Morgana e dei suoi alleati magici: quante altre volte avevamo visto una disfatta così radicale e violenta dei nostri eroi?

L’ispettore Travis compare in un ruolo da apparizione, molto limitato, ma insolitamente attivo e dinamico: atipico, ma ancora una volta coerente.

Logica e doverosa la citazione del personale di Altrove, oltre che di Travis: in un universo come quello di Martin Mystère, gli eventi importanti devono avere una qualche reazione da parte dei personaggi dell’impianto narrativo esistente, altrimenti la storia si sgancia in maniera squallida da quelle precedenti, finendo per rinnegarne il valore e riconducendo tutto allo stile dei fumetti di Topolino. Se si tratta di leggere l’albo e buttarlo via, è un conto, ma se lo si vuole rileggere e calare nel contesto globale che è stato pazientemente costruito in trent’anni, allora è necessario porre certe domande e dare risposte sensate (o, in alternativa, era il caso di non inventare troppi dei ex machina semi-onnipotenti, per poi doverli ignorare).

Angie non parla mai, ma risulta semplicemente meravigliosa del suo affetto per Martin!

E per finire, è impossibile trascurare Morgana, nonostante l’abbiamo ampiamente commentata per Martin Mystère n. 299, "Il segreto di Giovanna d'Arco". Sarà il fascino del personaggio, che va oltre il fatto che è una sventola nuda e bionda che resta sempre giovane e indifferente alla gravità. Sarà la sua caratura simbolica in termini di Materia Arturiana e mytologia. Sta di fatto che, anche quando gioca un ruolo minore, Morgana attira sempre l’interesse. Questa volta ci soffermiamo su come essa venga gestita diversamente dagli altri personaggi, ma sempre in modo logico: sin dai tempi della discussa scena nella “stanza di hotel cadente”, Recagno ha dipinto Morgana come una persona che si integra solo parzialmente nella società odierna. Pur assimilando in modo rapace tutto ciò che le fa comodo o le dà piacere, Morgana resta sempre e comunque una’aliena (non nel senso degli omini verdi) che proviene da un contesto sociale radicalmente diverso e che dispone di un potere per noi inconcepibile: per questo motivo, può tranquillamente replicare certi nostri costumi e ignorarne bellamente altri, in modo del tutto istintivo e capriccioso. Un giorno è nel motel pidocchioso, un altro è nella suite super-lusso. Alla villa dove si svolge il matrimonio di Orloff giunge a piedi (non in auto) e indossa un cappello che sfiorerebbe il ridicolo su ogni altro personaggio. Con lei, però, non c’è da ridere: la sua ostentata indifferenza alla nostra logica, infatti, non è altro che la dichiarazione di libertà assoluta di cui gode a causa del suo potere che le consente di essere e di fare solo ciò che vuole, senza imposizione alcuna dall’esterno.

Ma abbiamo detto che si tratta di una vicenda che mescola senza fatica l’intimismo e l’epopea, per cui è il momento di parlare anche di quest’ultima. Chi ama Martin Mystère dagli inizi, lo ama anche per la grandiosità dei temi e degli scenari che questa serie ha saputo offrire. La storia occulta del mondo, gli imperi di Atlantide e Mu, la loro titanica storia con relativa fine che ne ha spazzato via tutti i segreti. Dopo anni di assenza di questi argomenti, finalmente Recagno (l’unico che di recente osava citarli) li riporta in auge, riepilogandoli per i nuovi lettori e nello stesso tempo rilanciandoli, dimostrando che non erano per nulla divenuti sterili o stantii: bastava lasciare mano libera a un autore con qualche idea (come d’altra parte è stato il caso di Zagor, tanto per fare un nome).

E finalmente, finalmente, anche questo caposaldo della mytologia Castelliana si sposa in modo chiaro e logico con un altro degli elementi più epici e cosmici della saga: stiamo ovviamente parlando della famosa “Cerca”, uno dei tanti elementi che rende l’universo di Martin Mystère così unico e degno di interesse da parte di chi si annoia nel leggere trasposizioni a fumetti di film hollywoodiani d’azione, infarciti di scazzottate e sparatorie e dialoghi “fichi” di personaggi super-machi, senza futuro né passato.

Questa coniugazione tra il mistero dei Murchadna di Mu e la ricerca delle Sette Spade di Morgana non serve solo per rinfrescare anche il fortissimo legame con una Materia Arturiana liberamente interpretata, ma anche e soprattutto per regalarci un ultimo, graditissimo cambiamento che noi lettori auspichiamo ormai da anni, e che giunge praticamente come un fulmine a ciel sereno. Come se non bastasse la fiumana in piena di novità e colpi di scena che l’intero albo ci regala, come se non bastassero tutti i ribaltamenti di prospettiva relativi a questa singola storia, ecco che anche il modo di intendere Martin Mystère finalmente si ribalta! Dopo anni di dimenticabili storie autoconclusive (riempitive?) realizzate con schemi precotti ed elementi ricorrenti in modo ossessivo, si torna finalmente a un Martin che vive con uno scopo, che guarda al futuro con un obiettivo, che ha una missione da compiere e che deve usare le sue capacità per alimentare una speranza (vera? Illusoria?) necessaria per intraprendere un cammino di scoperta, ritrovamento e salvezza. Cosa ne sarà di Orloff, quando verrà ritrovato? E verrà davvero ritrovato? Come si evolverà il personaggio, dopo le manipolazioni subìte in questa vicenda? Quale delle due strade sceglierà questa volta? O ne imboccherà una terza? Queste ed altre domande, amplificate dal numero di giocatori che potranno entrare in scena (Agarthi, Morgana, Loki e altri ancora) da sole valgono un anno di produzione, perché ci restituiscono la possibilità di fantasticare su un personaggio che fino a ieri sembrava condannato all’eterna prigionia in un immutabile stasus quo, stile Dylan Dog (un paragone forse vecchio determinato dal fatto che non seguiamo più questa serie), e che invece rivela di avere ancora parecchie frecce nel suo arco.

Il versante artistico degli Esposito Bros non manca di innalzare di parecchio la media della serie, con tavole della abituale qualità evocativa che mescola suggestioni nostalgiche Kirbyane a visioni futuribili, giocando abilmente con le ombre e i neri (che diventano immagini a loro volta) e caratterizzando in maniera unica ogni singolo contesto (per esempio, l’atmosfera architettonica “metropolitana” di Atlantide è diversa da quella “organica” di Mu/Lemuria).

In sintonia col titolo, anche la copertina offre un’impostazione volutamente retrò e melodrammatica, che richiama molto i già citati classici dei supereroi Marvel, da Fantastic Four ad Avengers. Nell’insieme di mostri rossi, fiori bianchi e abiti da sposa, stona forse solo la scelta di calcare la mano sui raggi li luce che penetrano dalle vetrate e che “rompono” il dinamismo della scena.

Se proprio vogliamo trovare una pecca a questa storia così felice, allora dobbiamo chiederci perché Kenzo (o Genzo?) agisca come agisce: il suo suicidio finale, dopo aver finalmente riportato Orloff ai livelli di malvagità originali, sembra una soluzione affrettata per togliere di mezzo il personaggio (il quale infatti non sembra guadagnare nulla dalle sue azioni). Certo, si può vedere Kenzo come un personaggio ossessionato e malato, ma sembra una via d’uscita un po’ troppo comoda per lo sceneggiatore (per quanto non nuova: anche il Kut Humi di Alfredo Castelli agisce spesso così).

Aggiornamento della recensione: per un caso di serendipità (che non è affatto tale), la visione dell’episodio n.83 di Saint Seiya Omega ha svelato le vere intenzioni di Recagno, per altro già anticipate dal nome di Kenzo, ma che non avevamo saputo cogliere completamente. Kenzo come Kenzo Kabuto di Great Mazinger, ma che ricorda anche Gendo Ikari di Neon Genesis Evangelion: insomma, una figura paterna che plasma il figlio (anche non in senso biologico) secondo i propri obiettivi.

 

A costo di dire un’ovvietà, nessuno si è reso conto che un personaggio giapponese deve avere una caratterizzazione impregnata di mentalità nipponica: e cosa poteva caratterizzare meglio le figure paterne citate, che agiscono contro ogni logica (occidentale) allo scopo di trasmettere la propria eredità e sopravvivere così alla morte? Questa filosofia, apparentemente autodistruttiva, è pura letteratura (a fumetti e animata). Il “nostro” Kenzo non è da meno dei Saint di Athena, che, come le foglie della pianta di Yuzuriha, si fanno da parte (morendo) per lasciare il posto ai loro eredi morali e spirituali, oltre che biologici. Come Shiryu si sacrifica perchè suo figlio Ryuho raggiunga picchi per lui inimmaginabili, come Ikki muore per sconfiggere un avversario e affidare ai giovani Saint il futuro, così fa anche Kenzo, dopo aver (ingannevolmente?) riportato in vita il vecchio Orloff. Può non sembrare logico per un occidentale, ma Recagno non aveva intenzione di ricondurre un’altra cultura ai nostri valori, bensì di usarla con coerenza per definire le azioni di un personaggio cresciuto in essa.

 

Dulcis in fundo, non può mancare la sezione degli omaggi e delle traduzioni: dalle mysteriose scritte in Kryptoniano (che usano l’alfabeto ufficiale della DC Comics) alle comparsate/crossover di Lamù e dei vari Sherlock Holmes, Doctor Who, tutto è stato sviscerato qui dagli utenti Dark Star e Miðgarðsorm. Sulla mailing list è stato invece riscontrato un parallelo con le recenti peripezie dell'Uomo Ragno, divenuto l'inquietante Superior Spider-man: se due mesi fa ci eravamo lamentati dell'emulo stilistico del Dottor Octopus visto nell'orrore di Allagalla, questa volta non possiamo che compiacerci per questa somiglianza/citazione che ci ricorda ancora una volta come "le idee siano nell'aria".

E per non trascurare le citazioni più prettamente mysteriane, per quanto insolite, segnaliamo anche che gli Esposito Bros hanno incluso due copertine storiche nella narrazione: a pagina 16 (disponibile anche online), compaiono un rifacimento della copertina de “L’uomo delle nevi” (e questa ci sembra facile da riconoscere) e una libera interpretazione di... di quale copertina storica che ha segnato un traguardo non da poco della serie regolare? Per questo quiz, chiediamo ai nostri lettori di dare una risposta: come indizi, vi diciamo che bisogna fare attenzione alla scultura della testa serpentina e alla posa di Martin.

 Nell’attesa, abbiamo un’ultima osservazione: può darsi che un numero così importante e consapevolmente celebrativo fosse stato programmato per il ciclo di festeggiamento del trentennale e sia poi slittato per motivi tecnici? Ce ne dispiacerebbe molto, se così fosse (ma comunque l’albo fa almeno parte del quarantennale del mystero!).

PARLIAMO DI NOI (come direbbe Alfredo)

 

Prima di salutarci, volevamo ricordare (ancora?) le nostre altre sette recenti iniziative:

 

1.Get a Life! n. 22: La prima volta di Mark rivela finalmente la soluzione dell’enigma di Mark Mystere: quando si è unito agli Uomini in Nero, negli anni 1950 o negli anni 1960? La risposta si nasconde in un’altra felice invenzione narrativa di Alfredo Castelli!

 

2."Il Segreto del Teschio di Cristallo" è disponibile in formato PDF e c’è pure la doppia storia di Ipazia e Mark Mystère in questo formato, con tanto di copertina inedita.

 

3.Get a Life! n. 23: Il paradosso del libero arbitrio punta i riflettori su Kut Humi, che affronta una terribile minaccia alle vite di tutti quanti: Martin, Diana, Java e soci rischiano di non essere più gli stessi, se il Doc Salvage riscriverà l’universo! La parodia si affianca ai temi dell’Almanacco del Mistero 2014!

 

4.E’ il momento della Biografia di Martin Mystère, accuratamente ricostruita e suddivisa in dettagliati capitoli con riferimenti a ogni singola storia che abbia mai fornito dettagli utili! Si parte con Martin Jacques Mystère (1. Gli Antenati) e si prosegue con Martin Jacques Mystère (2. L'infanzia), ma non è certo finita qui.

 

5.Get a Life n. 24 - T-Rex Tremendae Maiestatis (versione italiana) mette in scena Pupe & Dinosauri in una famosa terra dimenticata che era stata ideata da Alfredo Castelli. Per non farci mancare nulla, ecco anche GaL #24 - T-Rex Tremendae Maiestatis (English version) che per l’occasione dell’uscita contemporanea è tutta a colori! E inoltre: cosa sarà mai il futuro GaL Color Test in formato PDF?

 

6.[Recensione] Martin Mystère n. 329, “La minaccia di Allagalla”

 

7.Per finire, il blog del Fandom offre numerose altre stuzzicanti novità, come gli studi per Mabus e il Grande Vecchio, recensioni e articoli!