Pasquale Frisenda

Settima arte (17): 'Blade runner' di Ridley Scott (1982)

Video, immagini e brevi informazioni su film e documentari che hanno segnato la storia del cinema (o solo il mio immaginario)

23/03/2014
Settima arte (17): 'Blade runner' di Ridley Scott (1982)

"Blade runner" di Ridley Scott (USA - 1982) 

con: Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young, Edward James Olmos, M. Emmet Walsh, Daryl Hannah, William Sanderson, Brion James

"Io penso, pertanto esisto."
(Cartesio)

"L'uomo ha creato il suo doppio... ora è un problema suo."
(Tagline del film "Blade runner")

"Bella esperienza vivere nel terrore, vero? In questo consiste essere uno schiavo.
(Roy Batty a Rick Deckard)

-"Siete stati fatti al meglio delle nostre possibilità."
-"Ma non per durare."
-"La luce che arde col doppio di splendore brucia per metà tempo. E tu hai sempre bruciato la tua candela da due parti, Roy."
(Eldon Tyrell a Roy Batty)

"Los Angeles, 2019. Rick Deckard, un ex poliziotto appartenente alla sezione Blade runner (un gruppo di agenti speciali in forze alla polizia della città), è un uomo ormai spento, cinico e disincantato, che vive facendo un po' di tutto, tra cui il killer a pagamento. Viene forzatamente richiamato in servizio e incaricato di riprendere la sua vecchia attività, il cacciatore di replicanti (simulacri di uomini costruiti in alcuni laboratori specializzati. Uguali in tutto agli esseri umani ma con una forza o con un'intelligenza superiore e utilizzati per lavori estremamente rischiosi o degradanti nelle colonie extramondo e nello spazio). Deve eliminarne quattro della versione più evoluta, i Nexus 6, tornati illegalmente sulla Terra, territorio dichiarato da tempo off limits per loro. L'uccisione di un replicante non viene chiamato omicidio, ma "ritiro". Capitanati da un certo Roy Batty, i replicanti ribelli hanno cercato di introdursi nella fabbrica dove sono stati prodotti, la Tyrell Corporation, nella speranza di riuscire a modificare la loro imminente "data di termine" e a prolungare di conseguenza la loro vita. La caccia si rivelerà senza pietà e metterà in profonda crisi la coscienza dell'ex poliziotto..."


"Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire"... uno dei più famosi monologhi della storia del cinema è il frutto di un'intuizione dell'attore Rutger Hauer, che rimodellò a suo uso e consumo una frase presente in sceneggiatura durante gli ultimi, faticosissimi giorni di lavorazione di "Blade runner", il film cult della fantascienza cinematografica degli ultimi 30 anni firmato nell'82 da un giovane cineasta inglese, Ridley Scott, esperto regista pubblicitario che, fino ad allora, si era già distinto per le sue due precedenti pellicole: "I Duellanti", del 1977, premiato a Cannes come miglior opera prima, e "Alien", del 1979, il fantahorror per eccellenza.

"Blade runner" fu film fondativo, che ha plasmato l'immaginario collettivo in fatto di fantascienza, almeno quella legata al nostro futuro prossimo (lontanissima da fantasiosi viaggi spaziali e battaglie fra astronavi), conosciuto anche da chi non lo ha mai visto, ultracitato, copiato, imitato e persino parodiato.

L'anno in cui è ambientato, il 2019 (a noi ormai prossimo), è stato immaginato cupo, terribilmente inquinato e affollato da un'umanità disgregata, rassegnata e sostanzialmente indifferente al destino altrui, ben rappresentante della pessimistica e paranoica visione dell'esistenza che aveva uno dei maggiori autori di fantascienza (o fantapolitica e fantasociologia) di tutti i tempi, Philip Kindred Dick: il film è tratto infatti da un suo romanzo, "Do androids dream of electric sheep?", del 1968 (conosciuto in Italia prima con semplicistico titolo "Il cacciatore di androidi", poi con la traduzione letterale del titolo originale, "Ma gli androidi sognano pecore elettriche?", e ancora solo come "Blade runner"), precursore di quel filone cyberpunk che sarebbe esploso nella letteratura fantascientifica solo nei primi anni '80, in contemporanea proprio con l'uscita del film di Scott, e che ha avuto in "Neuromante" di William Gibson e nei libri di Bruce Sterling (sopra tutti "Mirrorshades" e "La matrice spezzata") le sue iniziali bandiere.


L'interesse di Hollywood verso il romanzo di Philip K. Dick si sviluppò subito dopo la sua pubblicazione, secondo quanto dichiarato proprio dallo scrittore, e in quel periodo fu Martin Scorsese a pensare ad un adattamento cinematografico dell'opera, ma non ne acquisì mai i diritti.
Il produttore Herb Jaffe li comprò invece all'inizio degli anni '70, ma Dick, che aveva il diritto di parola sulla produzione, non fu per nulla convinto del risultato, che gli sembrò addirittura una parodia del suo lavoro ("Robert Jaffe, che scrisse la sceneggiatura, volò fino qui alla Contea di Orange. Gli dissi allora che era talmente brutta che io desideravo sapere se lui preferiva che lo picchiassi lì all'aeroporto oppure se dovevo aspettare che arrivassimo fino al mio appartamento", raccontò Dick in una intervista).
I diritti dell'adattamento furono acquisiti nel 1977 dal produttore Michael Deeley - su spinta nientemeno che di Gregory Peck -, che si interessò della bozza iniziale scritta da Hampton Fancher, e propose a Scott di utilizzarla per creare il suo primo film americano.

Ridley Scott era già stato contattato, ma aveva in precedenza rifiutato il progetto: dopo l'esperienza di "Alien", aveva passato un anno lavorando inutilmente nel tentare di portare sullo schermo un altro film di fantascienza, un suo adattamento del romanzo "Dune" di Frank Herbert (cosa davvero complicata, non riuscita anche ad Alejandro Jodorowsky, ma che poi fece David Lynch nel 1984, con un risultato incerto), e sentiva l'urgente bisogno di gettarsi in un lavoro, anche per distrarre la mente dal dolore provocato dalla recente scomparsa del fratello maggiore.
Anche quello stato d'animo lo fece tornare sul progetto "Blade runner", che ora trovava, in qualche modo, più affine.

Fancher rinvenne il lavoro fatto da William S. Burroughs per portare al cinema il romanzo di Alan E. Nourse "The Bladerunner" (1974), intitolato "Blade Runner (a movie)", a Scott piacque il titolo e fece in modo, tramite Michael Deeley, di ottenerne i diritti di utilizzo (i due romanzi hanno in comune con con il film di Scott solo il fatto di rappresentare una distopia: nel romanzo di Nourse, "bladerunner" è un termine legato ai trafficanti di organi).
Il progetto stava prendendo forma, e Deeley si assicurò un ulteriore finanziamento di 21,5 milioni di dollari attraverso un accordo tra la Ladd Company (tramite la Warner Bros.), il produttore di Hong Kong Shaw Ren Leng, meglio noto come Sir Run Run Shaw, e la Tandem Productions (la cifra finale arrivò circa a 30 milioni di dollari. Oggi bazzeccole, vengono messi a disposizione per qualunque produzione media, ma allora era un investimento non trascurabile).

Philip Dick si preoccupò del fatto che nessuno lo avesse ancora informato sull'andamento della nuova produzione, il che fece aumentare la sua sfiducia nei confronti di Hollywood (ambiente che detestava parecchio, ritenendolo poco più che pornografico, ad eccezione di pochissimi nomi).
Una delle prime bozze della sceneggiatura scritta da Fancher, intitolata "Mechanismo", prevedeva che il film fosse ricco di dialoghi e quasi interamente ambientato in interni, ma a Dick non piacque, perché il suo romanzo veniva svuotato dei suoi significati principali (cosa rende umani?).
Questa era una vera urgenza per lui, una sorta di ossessione: "Do androids dream of electric sheep?" fu scritto durante la guerra del Vietnam, e quelle domande erano pressanti nello scrittore, ma la cosa parte da lontano, e precisamente dalla ricerca fatta per un altro suo romanzo, "La svastica sul Sole", del '62, dove gli capitò di studiare i diari di alcuni agenti della Gestapo scritti durante le visite ai campi di sterminio e in cui trovò cose del genere: "Non riusciamo a dormire la notte per le urla dei bambini denutriti".
Una frase allucinante, che segna un limite.
Superato quello non è più possibile essere considerati umani.

Il soggetto di Fancher si concentrava invece maggiormente sui temi ambientali, sulla società e sulla religione, che pesavano comunque notevolmente nel romanzo, e in più era quasi tutto pensato per essere girato, come detto, in interni (anche per cercare di contenere i costi di produzione).
Scott desiderò subito apportare delle serie modifiche alla storia, e soprattutto voleva mostrare il mondo dove vivevano i personaggi, che doveva, secondo la sua ottica, sostenere bene l'idea che esseri umani artificiali erano stati costruiti in laboratorio e che erano ormai ritenuti persino cosa normale.
Alla sua domanda: "Cosa c'è fuori dalla finestra?", Fancher si dimostrò indifferente, ma il regista non tardò a fare presente le sue idee in tal senso, e qualche giorno dopo l'inizio effettivo dei lavori si presentò nell'ufficio dello sceneggiatore con molte copie di "Métal Hurlant", la sperimentale rivista di fumetti di fantascienza creata in Francia nel 1974 da Jean-Pierre Dionnet, Bernard Farkas, Jean "Moebius" Giraud e Philippe Druillet, dicendogli di guardarle e leggerle con attenzione, perché, affermò: "Fuori dalla finestra, c'è questo" (in particolar modo, Scott prese in esame "The long tomorrow", una breve storia a fumetti disegnata da Moebius e scritta da Dan O'Bannon, autore che realizzò anche parte della sceneggiatura di "Alien").
Le cose stavano procedendo velocemente, e Hampton Fancher stentava a stare dietro a tutti i cambiamenti, cominciando, anzi, a dare chiari segni di insofferenza.
La sceneggiatura del film fu a quel punto assegnata a David Webb Peoples, che intervenne decisamente su alcune scene d'azione e rielaborò in parte la trama.
A causa di questo, Fancher uscì e con risentimento dalla produzione (il valore del film lo riconoscerà solo dopo molti anni). 
Tra le versioni di Hampton e Peoples non sono poche le differenze (tra cui il modo in cui moriva il personaggio di Roy Batty), ma Peoples cercò comunque di non svilire il lavoro del collega e si concentrò molto sui dialoghi, dove la sua abilità è indiscussa, e suo è infatti il famoso monologo finale ("Io ne ho viste cose..."), che, come detto, ebbe comunque una valida e partecipata modifica da parte di Rutger Hauer e proprio pochi istanti prima di girare quella scena, riducendo parecchio la frase ("Sta morendo" - contestò l'attore - "non può parlare così tanto") e riscrivendolo in parte (introducendo il dettaglio sulle lacrime nella pioggia).
Hauer riscrisse molte delle battute del suo personaggio (a cui aveva aderito in maniera impressionante), sempre con l'approvazione del regista, che a sua volta intervenne in alcuni dialoghi (come per la frase "Avvampando gli angeli caddero; profondo il tuono riempì le loro rive, bruciando con i roghi dell'orco", pronunciata da Roy Batty durante l'interrogatorio al vecchio genetista cinese e che è tratta da un poema di William Blake intitolato "America", che racconta in forma di profezia la battaglia dei rivoluzionari americani).

Lo studio inviò a Dick la nuova versione della sceneggiatura, e lo scrittore stavolta ne rimase molto compiaciuto.
Assistette poi ad un provino degli effetti speciali e vide una ventina di minuti di film (preparati apposta per lui).
Dopo la visione del filmato, Dick si disse entusiasta del lavoro che stava facendo Scott ("Non si è mai vista una cosa del genere prima d'ora", ammise) e del mondo creato dal regista per il film, che assomigliava molto a quello che lui aveva immaginato nei suoi libri.
Philip K. Dick però non vide mai la versione finale di "Blade runner", in quanto venne a mancare il 2 marzo 1982, poco dopo il completamento del film, e proprio per questo motivo è a lui dedicato.

Lo staff tecnico di cui si circondò Ridley Scott permise poi la vera alchimia che fece diventare il film quello che è poi diventato ("Blade runner" è considerato "un film di autori", proprio per la grande adesione al progetto di tutti i talenti che ci lavorarono, attori compresi).
L'urbanizzazione sfrenata di una città come Hong Kong ispirò l'aspetto della Los Angeles futuribile del film ("L'atmosfera di cui ho bisogno è quella del mercato di Hong Kong in un giorno di pioggia", dichiarò Scott ai suoi collaboratori), ma molte suggestioni arrivarono anche dal paesaggio industriale dell'Inghilterra nordorientale.
Cinematograficamente parlando, il contesto creato per "Blade runner" aveva numerose e profonde somiglianze con il "Metropolis" di Fritz Lang (la struttura "piramidale" della città è simile, ad esempio, anche per quanto riguarda le classi sociali che la abitano. Il supervisore agli effetti speciali David Dryer utilizzò dei fotogrammi tratti da "Metropolis" allineandoli alle riprese delle miniature degli edifici creati nei set), mentre tra gli innumerevoli spunti visivi e narrativi che hanno poi composto l'opera, Scott citò come basilare anche il dipinto "Nottambuli" ("Nighthawks"- 1942) di Edward Hopper.
Una svolta definitiva arrivò quando il regista scritturò come artista concettuale il visionario Syd Mead, il cui lavoro fu notato da Scott in una nelle tante riviste che affollavano il tavolo del suo ufficio, insieme a libri di architettura, pittura, poesia ed altro.

Insieme ai suoi colleghi Ron Cobb e Chris Foss, Mead può essere considerato tra i più illustri futuristi visuali di sempre (trovate QUI il suo sito, e QUI un esempio del suo lavoro), e anche lui, come Scott, era profondamente influenzato dagli spunti proposti da "Métal Hurlant" (a Moebius, autore amatissimo da Scott, fu offerta l'opportunità di assistere nella pre-produzione di "Blade runner", ma il grande disegnatore francese rifiutò per poter lavorare al film animato di René Laloux, "Les Maîtres du temps", una decisione di cui in seguito, dopo aver visto il film, si pentì molto).
Lawrence G. Paull (scenografo) e David Snyder (direttore artistico) realizzarono gli schizzi di Scott e Mead, mentre Douglas Trumbull e Richard Yuricich supervisionarono gli effetti speciali (entrambi responsabili anche di titoli come "2001: Odissea nello Spazio", "Incontri ravvicinati del terzo tipo", "Star trek").
La complessa fotografia della pellicola fu curata invece dal compianto Jordan Cronenweth.

Formare il casting si rivelò molto più problematico, un po' per tutti i personaggi, ma specialmente per il ruolo di Deckard e quello di Rachel.
Per Rick Deckart, Hampton Fancher immaginava uno come Robert Mitchum nei panni di Philip Marlowe (il celebre detective privato creato da Raymond Chandler nel 1939, interpretato da Mitchum in due occasioni e di cui Deckard è un visibile omaggio), mentre Ridley Scott e i produttori spesero mesi in riunioni e discussioni per decidere se era il caso di dare invece il ruolo a Dustin Hoffman, che fu effettivamente messo alla prova (la scelta può sembrare oggi curiosa, ma sua figura calzava bene con il personaggio descritto da Dick nel suo romanzo, anche se stonava con l'idea dai toni più noir che Fancher voleva dare al film, idea che Scott sosteneva).
Oltre Hoffman, la produzione aveva pensato anche a Gene Hackman, Sean Connery, Jack Nicholson, Paul Newman, Clint Eastwood, Tommy Lee Jones, Arnold Schwarzenegger, Al Pacino e Burt Reynolds

Alla fine, anche se a malincuore, Hoffman se ne andò a causa dei punti di vista divergenti e la scelta cadde su Harrison Ford (numerosi fattori giocarono a suo favore: era all'epoca notissimo per la sua partecipazione a "Guerre stellari", aveva espresso interesse per la storia di "Blade runner"  e, infine, Steven Spielberg, che stava completando "I predatori dell'Arca perduta", elogiava senza riserve il lavoro svolto dall'attore).
Per Rachel, Scott puntò decisamente verso Sean Young, scartando attrici più esperte (e famose), e sia perché la riteneva perfetta per la parte, ovviamente - per quello che il personaggio doveva manifestare (anche una certa insicurezza) -, ma anche perché il volto della giovanissima attrice gli riportava alla mente molte dive degli anni '40, l'ideale per il tono noir assunto dal film.

"Blade runner" è poi uno degli ultimi film di fantascienza che non utilizza effetti speciali creati al computer: la scena iniziale, in cui si vede una panoramica a volo d'uccello sulla città, è in realtà la ripresa di un modellino a prospettiva forzata profondo solo 4,5 metri e formato da sagome di palazzi riprodotti in serie.
Anche le esplosioni di gas che riproducono le fiammate delle ciminiere delle fabbriche sono vere; vennero registrate e poi proiettate sui modellini una alla volta, cosicché la scena iniziale è in realtà la sovrapposizione di moltissimi elementi.
Le riprese esterne vennero invece modificate in post-produzione con la tecnica della pittura dei mascherini (il matte paintings).
L'estrema cura profusa nel film, dagli effetti visivi alla ricercatezza e stratificazione delle immagini, oltre che la particolare ambientazione e l'inimitabile e densissima atmosfera noir (Ridley Scott, che in quegli anni manifesta una visibile influenza verso Orson Welles, David Lean e Stanley Kubrick, descrisse "Blade runner" come "Un film ambientato tra quarant'anni ma girato come quarant'anni fa"), hanno fatto scuola e hanno segnato una svolta irreversibile nella successiva produzione di film di fantascienza (quasi tutti quelli girati dopo questo titolo, infatti, in un modo o nell'altro non possono fare a meno di richiamarne il tipo di immagini o di atmosfere, o anche solo di colori o suggestioni visive. La messa in scena del film è stata ripresa da molti video musicali, videogiochi, fumetti, in pubblicità o quant'altro è supporto visivo alle immagini, e i film che si ispirano più o meno dichiaratamente a "Blade runner" non si contano più).


La lavorazione fu particolarmente difficoltosa, anzi, in molti momenti si raggiunsero autentiche vette di pura tensione.
Scott ebbe seri problemi un po' con tutti, a cominciare da Harrison Ford (sfinito dal perfezionismo del regista e da un set davvero pesante da reggere e gestire, anche per l'enorme quantità di acqua che regolarmente veniva versata addosso agli attori durante le scene); con la troupe (dopo una dichirazione del regista in un'intrevista ad un giornale britannico, dove faceva una sostanziale differenza di qualità tra i tecnici americani e quelli inglesi, e a favore di quest'ultimi, ovviamente); infine con i produttori esecutivi, Bud Yorkin e Jerry Perenchio, che non capivano proprio cosa stesse facendo, né il senso del film in sé (probabilmente si aspettavano un nuovo "Guerre stellari", con cui incamerare velocemente dei milioni, mentre la cupezza del film, il forte senso di degrado che emana e i continui problemi sui set e i ritardi sulla produzione cominciavano a preoccuparli).
A causa di tutto questo, Scott arrivò addirittura ad essere licenziato appena dopo avere filmato l'ultima scena, e di conseguenza si vide estromesso dal montaggio finale.
Solo la lungimiranza di Alan Ladd jr. (il proprietario della Ladd company) permise al regista di tornare al suo posto ("Io ho comprato un film di Ridley Scott, e voglio un film di Ridley Scott", disse Ladd jr. senza possibilità di replica).
Dopo le classiche anteprime, dove il film risulta troppo ermetico per il pubblico, venne aggiunta una voce narrante per facilitare la comprensione di alcuni aspetti della storia (il regista non era contrario alla voce fuori campo, come di regola si dice, anzi, lo aveva previsto sin dall'inizio, ma fu l'eccessiva voglia di spiegare tutto ad infastidirlo e non partecipò alla stesura finale dei testi, anche per le sopraggiunte tensioni produttive).
Venne inserito inoltre una sorta di lieto fine, in netto contrasto con il tono del film, per il quale vennero utilizzate anche delle scene girate dalla troupe della seconda unità impiegata da Stanley Kubrick per l'inizio di "Shining" e poi scartate dal montaggio.
Kubrick da il via libera per l'utilizzo del materiale, e il finale (poetico ma posticcio) viene alla fine aggiunto (cosa che Scott eliminerà da tutte le versioni successive, a cominciare dal Director's cut).
Anche per aver vissuto questa esperienza, il regista inglese decide di fondare la sua casa di produzione, la ScottFree, in modo da avere maggiore controllo sui suoi lavori (ma va detto, ad onor del vero, che il risultato ottenuto in qualità con "Blade runner" non lo replicherà più).

Solo alcuni attori, tra cui Hauer, e i tecnici al lavoro nel film (Mead su tutti, ma anche Trumbull, Yucirich e Paull) approvano le scelte fatte da Scott durante la lavorazione, per quanto astruse siano sembrate nei primi momenti.
Ricorda Lawrence Paull, al riguardo delle sequenze girate all'interno del Bradbury Building, che contestò a Scott il fatto che qualunque regista arrivato a Los Angeles aveva girato qualcosa lì dentro e che era difficile fare una cosa davvero nuova, che la risposta ricevuta ("Nessuno lo ha filmato come lo filmerò io") lo indispose parecchio, salvo poi ricredersi nettamente dopo aver visto i giornalieri.
Per quanto provati dall'esperienza, tutti loro "sentono" che quello che stanno facendo è qualcosa di diverso, di "enorme", di nuovo, ma soprattutto di significativo.
Qualcosa che resterà negli anni, e così effettivamente è stato.


Tra le scenografie costruite per il film, il set della strada fu quello più complesso: vennero adattati alcuni palazzi a due piani già esistenti ed utilizzati in altre pellicole, montando sulle facciate i tubi dell'aria condizionata per dare l'impressione che fossero costruzioni precedenti semplicemente adattate alle nuove tecnologie. 
Per ovviare al fatto che i palazzi del set erano bassi, mentre la città era formata da grattacieli, fu deciso di girare le riprese esterne di notte e di creare un'atmosfera densa di fumo a causa dell'inquinamento (il continuo effetto pioggia aiutò non poco in tal senso).
Come location esterne vennero utilizzati il già citato Bradbury Building (che rimase aperto anche durante le riprese), la cella frigorifera di un macello della città (per la scena del laboratorio di Chew - entrambe le scene furono girate di notte - , e la Union Station di Los Angeles (trasformata nell'interno del palazzo di polizia. L'ufficio del capitano Bryant fu invece costruito appositamente per il film e ancora oggi è usato come ufficio della stazione ferroviaria).
L'interno dell'appartamento di Deckard, infine, è completamente ispirato alla Ennis House dell'architetto Frank Lloyd Wright.


Alla sua uscita, l'opera fu sia osteggiata che acclamata dalla critica specializzata, ma accolta comunque freddamente al botteghino, rivelandosi un mezzo flop (il film non rientrò inizialmente neanche delle spese di produzione).
Non servì a molto il fatto che l'anno precedente un titolo come "1997: Fuga da New York" di John Carpenter aveva messo in evidenza scenari simili ottenendo dei buoni risultati tra il pubblico, perché nell'82 sia "Blade runner" che "La Cosa" - altro cult sci-fi firmato da Carpenter -, si scontrarono con il buonismo di "E.T." di Steven Spielberg, e la distopia rappresentata in "Blade runner" risultò davvero non accettabile dagli spettatori americani in quel momento, mentre in Europa il film ebbe un maggior riscontro sia di critica che di pubblico.
Ma, quasi a dispetto dello smacco iniziale avuto nei cinema, il film rimase vivo e vitale nei circuiti dessai, diventando piano piano un titolo di culto della fantascienza cinematografica, sostenuto in maniera ininterrotta da un numero sempre più numeroso di fans che lo fanno emergere dal limbo in cui era precipitato.
Da allora "Blade runner" gode di una fama costante, arrivando ad essere riconosciuto come un riferimento assoluto nella cultura pop di questi ultimi 30 anni, ammirato e celebrato in ogni modo, anche da registi a loro volta di culto, come Michael Mann o Stanley Kubrick (in un aneddoto raccontato dallo scrittore Brian Aldiss, quando fu coinvolto da Kubrick nel progetto di un film tratto dal suo romanzo "A.I." - che fu portato al cinema poi da Steven Spielberg a causa dell'improvvisa morte di Kubrick - uno dei film che videro insieme per parlare di fantascienza fu proprio "Blade runner"), e ritenuto ormai più di una semplice pellicola di genere, poiché si confronta con temi profondi come l'umana natura, l'insuperabile paura della morte, l'anelito all'immortalità e che cosa può essere considerato umano e cosa no ("Io non sono nel business... io sono il business" dice un'atterita Rachel dopo aver scoperto di essere una replicante).

Il film ebbe uno strano sviluppo nel corso degli anni, una continua "messa a punto", per modo di dire, fino ad arrivare ad avere ben cinque differenti versioni: la Domestic cut, l'International cut, il Director's cut, la versione integrale del Workprint Version e il Final cut (uscita nel 2007 e che sarà quella definitiva. In questo caso sono stati eliminati tutti gli errori tecnici e di trama presenti nelle altre versioni, aggiungendo sfondi e modificando non pochi dettagli: la più evidente è la scena della colomba che prende il volo dalle mani di Roy Batty, che nella versione originale va verso un normale cielo azzurro a causa del fatto che fu girata la mattina successiva dell'ultimo, sfibrante giorno di lavorazione, e dunque non c'era più tempo per fare altro, mentre nel Final cut il cielo, aggiunto digitalmente, è quello scuro e opprimente sempre mostrato nel film).
Le prime versioni hanno a volte poche differenze (qualche scena in più o solo più lunga), ma dal Director's cut (del '92) in poi le cose cambiano.

Il mondo raccontato nel film è uguale in tutte le versioni: le città sono immense, tanto estese che hanno inglobato tutto (comprese fabbriche, raffinerie e industrie di ogni genere, oltre aver fatto scomparire ogni traccia di ambiente naturale), e, a causa dell'inquinamento prodotto (tanto denso che offusca il Sole e produce una continua pioggia acida) e del sovraffollamento, sono dei veri inferni a cielo aperto; chi può si trasferisce sulle stazioni orbitanti o nelle pubblicizzatissime colonie extramondo, mentre sulla Terra rimangono coloro che sono stati scartati alla visita perché malati o coloro che non possono permettersi il viaggio; la vita animale e vegetale è pressoché scomparsa, per cui è severamente proibito uccidere veri animali e quelli che popolano l'immensa città sono perlopiù dei cloni (l'assenza totale del bello e di ambienti naturali nelle strade contribuisce a trasmettere allo spettatore la sensazione di claustrofobia e angoscia).
Per distinguere un replicante da un umano si viene sottoposti ad un test denominato Voigt-Kampff, che consiste in un asfissiante interrogatorio condotto con un dispositivo puntato sull'occhio dell'interrogato dove viene registrata ogni minima variazione di possibili emozioni: il replicante, di fronte alle domande pensate per suscitare una precisa reazione, tradisce la sua natura artificiale in seguito all'impossibilità, dovuta alla mancanza del bagaglio di esperienze tipico di un essere umano, di controllare le proprie emozioni.
E in questo caso che "Blade runner - The Director's cut" inserisce una novità rispetto alle versioni precedenti (che verrà confermata anche dal successivo Final cut): benché al riguardo la trama sia volutamente enigmatica, è ormai assodato che questa versione del film è basata sull'idea che anche Deckard sia un replicante, impiegato a sua insaputa per dare la caccia ai suoi simili (anche se probabilmente lui non è un Nexus 6, cioè la versione più evoluta di questi androidi).


Una dichiarazione di Scott conferma questa ipotesi, ma lo si può dedurre da molti particolari: l'origami dell'unicorno che Deckard trova davanti casa sua nella scena finale non significa solamente, come nella versione dell'82, che Gaff, l'agente che pedina Deckart in ogni suo spostamento, è stato lì, ma che è anche a conoscenza di quello che gli passa per la mente (Deckard sogna un unicorno in una scena inedita e aggiunta in questa versione del film); in alcuni momenti i replicanti hanno un riflesso rosso nei propri occhi (Rachael a casa di Deckard; Pris a casa di J.F. Sebastian; Roy Batty nell'appartamento del dott. Tyrell; ma anche il gufo artificiale che si vede alla Tyrell Corporation), e Deckard ha quello scintillio negli occhi quando parla con Rachael a casa sua (anche se è volutamente non messo bene a fuoco dalla telecamera); il pianoforte di Deckard è pieno di fotografie, tutte in bianco e nero e nessuna che lo ritrae con l'aspetto attuale.
Anche la foto che Rachael mostra a Deckard, dove la si vede bambina con sua madre sugli scalini di casa, è pressoché identica a quella della casa di gioventù di Deckard, in cui si nota anche la medesima postura; è poi possibile che uno dei due replicanti che si dice siano finiti nel campo elettrico alla Tyrell Corporation sia Deckard stesso, catturato e "riprogrammato" dalla polizia per la missione (il fatto che Gaff si presenti a Deckard subito dopo ogni "ritiro", che lo accompagni sempre in presenza del capitano Bryant, che lo indirizzi spesso nelle indagini, fanno pensare ad alcuni che il vero agente Blade runner possa essere Gaff, e che quindi Deckard sia solo uno strumento nelle sue mani di cui si serve per "ritirare" i Nexus 6, e forse è questa la "magia" di cui parla Bryant della centrale di polizia).
Considerando questo, anche molte delle cose che Roy Batty dice a Deckard acquisterebbero a questo punto un senso diverso (e si spiegherebbe anche il perché lo chiami più volte per nome senza averlo mai incontrato prima nel film), e anche alcune battute che Roy gli rivolge durante l'ultimo scontro suonano in questo caso diverse ("Non eri tu, quello bravo?"; "Vieni, Deckard. Fammi vedere di cosa sei fatto"; "Muori presto e sei dei miei!").

Questa versione renderebbe anche più comprensibile la scelta di Roy di graziare Deckard, però farebbe perdere al film gran parte del suo pathos, spogliando la decisione di Roy di ogni significato etico, rendendolo simile a quella stessa società da lui disprezzata.
Ad un occhio attento non può sfuggire che una volta assunto che Deckard è un replicante, tutti i personaggi "genuinamente" umani del film sono persone anziane, malate e corrotte, e che invece tutti i replicanti - e solo questi - sono, almeno fisicamente, sani, oltre che giovani (vivono solo 4 anni).
Un'umanità decadente, che crea modelli freddi e asettici di bellezza e forza, e quando non ha più bisogno di essi li fa "ritirare" da altri replicanti, un'idea, questa, che arriva da un altro breve racconto di Philip Dick, "Non saremo noi" ("The golden man", del 1954), in cui in un mondo in cui nascono sempre più bambini mutanti, lo Stato effettua un controllo rigido in età puberale sugli stessi ed esilia i mutanti con le loro madri applicando una rigida selezione, sino a che si presenta una madre con un figlio "mutato" fisicamente così superiore all'homo sapiens da essere considerato un superumano, tanto da instillare ai medici incaricati della selezione l'atroce certezza che non solo la Terra verrà "ereditata" da una razza mutata, ma che non avrà nulla di quello che noi intendiamo comunemente per superiore (il mutato ha in effetti l'intelligenza di un Neanderthal): "Non saremo noi (appunto)... gli eredi della Terra".
La vecchia razza umana ormai irrimediabilmente corrotta verrà sostituita da una nuova, diversa, che forse non subirà lo stesso processo di evoluzione e/o decadenza (situazione che ricorda molto anche il romanzo "Io sono leggenda" di Richard Matheson, sempre del '54, e che sicuramente è stata alla base del fumetto Marvel "X-men", creato da Stan Lee e Jack Kirby nel 1963).


Nell'eredità multimediale che il film ha generato, ricordo qui almeno i vari romanzi scritti da K.W. Jeter (che sono dei seguiti del film e non del romanzo originale di Dick): "Blade runner 2" ("Blade runner 2: The Edge of Human"; 1995), "Blade runner - La notte dei replicanti" ("Blade runner 3: Replicant night", 1996), "Blade runner 4: Eye and Talon" (2000); un primo videogioco prodotto dalla CRL nel 1985, e quello più celebre del 1998, prodotto dalla Westwood Studios (il gioco riprende in modo fedele gli scenari e l'atmosfera del film, ma introduce nuovi personaggi); la serie televisiva "Total recall 2070", liberamente ispirata sia a "Blade runner" che ad un'altra pellicola tratta da un racconto di Philip K. Dick, "Atto di forza" ("Total recall"); una serie pressochè infinita di documentari, tra cui "On the edge of Blade runner" (2000), "Future shocks" (2003), "All our variant futures" (2007), e ovviamente "Dangerous days", il mega documentario sulla realizzazione di "Blade runner" inserito nei cofanetti dvd e blu ray che contengono tutte le versioni del film (il titolo del documentario non è casuale, ma è quello che inizialmente era stato scelto per il film e che compare sulla prima sceneggiatura completata da Hampton Fancher).

Un libro che ogni appassionato del film deve assolutamente avere è "Blade runner - Storia di un mito", di Paul M. Sammon, che ripercorre interamente la sua complessa lavorazione, ma anche "Blade runner" di Scott Bukatman, "Blade runner: The inside story" di Don Shay, "The illustrated Blade runner" e "Blade runner sketchbook", editi entrambi dalla Blue Dolphin enterprises nel 1982.

All'inizio del 2011, a quasi trent'anni dalla realizzazione dell'originale, è stata annunciata l'acquisizione da parte della Alcon Entertainment dei diritti del franchise di "Blade runner", che contempla anche la produzione di un nuovo capitolo del film; non è stato però specificato se si tratterà di un sequel o di un prequel (è escluso a priori un remake, reso impossibile per contratto).
Poco dopo sono iniziate a circolare notizie sul coinvolgimento di Ridley Scott anche in questo nuovo capitolo della saga; nonostante Andrew Kosove, presidente della Alcon, avesse nell'occasione dichiarato che il nuovo film non avrebbe avuto legami con la pellicola originale, nel febbraio 2012 il regista ha confermato la sua presenza nel nuovo progetto, e si parla anche della possibilità di rivedere Harrison Ford in qualche modo.

Nel 1993, "Blade runner" è stato scelto per essere conservato nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti d'America, mentre nel 2007 l'American Film Institute lo ha posizionato al 97º posto nella classifica AFI's 100 Years... 100 Movies.

Una parola va spesa senz'altro anche per la splendida colonna sonora realizzata dal compositore greco Vangelis, che riesce a premiare ogni singolo istante del film con rara precisione, profondità ed efficacia.

Buona visione!

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