Pasquale Frisenda

Settima arte (18): 'La strada di Levi' di Davide Ferrario (2006)

Video, immagini e brevi informazioni su film e documentari che hanno segnato la storia del cinema (o solo il mio immaginario)

01/04/2014
Settima arte (18): 'La strada di Levi' di Davide Ferrario (2006)

"La strada di Levi" di Davide Ferrario (Italia - 2006)

soggetto: Davide Ferrario e Marco Belpoliti
fotografia: Gherardo Gossi e Massimiliano Trevis
montaggio: Claudio Cormio
musica: Daniele Sepe
con: Davide Ferrario, Marco Belpoliti, Andrzej Wajda, Umberto Orsini (voce narrante)

"Non siamo tutti uguali"... "Non tutti abbiamo gli stessi diritti"... "Alcuni hanno diritti ed altri no"... dove tutto ciò si diffonde e attecchisce appare un fascismo, e alla fine si arriva al lager".
(Primo Levi)

"Il viaggio verso Auschwitz lo ricordo come il momento peggiore. Ero in un vagone con cinquanta persone, c'erano anche bambini e un neonato che avrebbe dovuto prendere il latte, ma la madre non ne aveva più, perché non si poteva bere, non c’era acqua. Eravamo tutti pigiati. Fu atroce. Abbiamo percepito la volontà precisa, malvagia, maligna, che volevano farci del male. Avrebbero potuto darci un po' d'acqua, non gli costava niente. Questo non è accaduto per tutti i cinque giorni di viaggio. Era un atto persecutorio. Volevano farci soffrire il più possibile..."

"Come nascono i lager? Facendo finta di nulla".
(da un'intervista fatta da Enzo Biagi a Primo Levi mandata in onda su Rai1 l'8 giugno 1982)

"Mi spiegò che essere senza scarpe è una colpa molto grave. Quando c'è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo alla roba da mangiare; e non viceversa, come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovar da mangiare, mentre non vale l'inverso. 
- "Ma la guerra è finita", obiettai: e la pensavo finita, come molti in quei mesi di tregua, in un senso molto più universale di quanto si osi pensare oggi.
- "Guerra è sempre" - rispose memorabilmente Mordo Nahum. […] La sua vita era stata di guerra, e considerava vile e cieco chi rifiutasse questo suo universo di ferro. Era venuto il lager per entrambi: io lo avevo percepito come un mostruoso stravolgimento, una anomalia laida della mia storia e della storia del mondo; lui, come una triste conferma di cose notorie.

- "Guerra è sempre", l’uomo è lupo all'uomo: vecchia storia. Dei suoi due anni di Auschwitz non mi parlò mai".

"Il mondo ci sembra avanzare verso una qualche rovina e ci limitiamo a sperare che l'avanzata sia lenta".
(da "La Tregua", di Primo Levi - 1963)

Lucida, toccante e, oggi più che mai, interessante analisi dell'attualità, "La strada di Levi", il viaggio on the road in forma di documentario realizzato nel 2006 dal regista Davide Ferrario e dallo scrittore Marco Belpoliti, ripercorre, sessant'anni dopo, il cammino attraverso l'Europa dell'est che Primo Levi (Torino, 31 luglio 1919 - Torino, 11 aprile 1987), reduce dal lager nazista di Auschwitz, intraprese il 27 gennaio 1945 per ritornare nella natia Torino, e per cui gli furono necessari otto mesi, 6000 km, giri tortuosi e molti e spesso incomprensibili ritardi.
Un'esperienza che Levi raccontò poi ne "La Tregua", uno dei più celebri libri sulla Shoah, sulla sopravvivenza e sul ritorno, seguito ideale e necessario di "Se questo è un uomo".

Il documentario si basa sulle parole del libro, e, costruendovi sopra un diario di viaggio fatto di immagini, suoni e incontri, riesce a comunicare suggestioni profonde ai margini di un'Europa ancora simile per molti aspetti a quella vista e descritta da Levi, ma già immensamente cambiata e ancora in movimento.
"La strada di Levi" racconta il nostro problematico presente dentro "la nuova Tregua" che stiamo attraversando, tra la Guerra fredda, la caduta del Muro di Berlino, le vicende dell'11 settembre del 2001, le guerre di difesa preventive e i disastri ecologici e sociali, tutte condizioni esistenziali che rappresentano forme di profonda precarietà per molti popoli, molto simili a quelle che accompagnarono la vita dello scrittore torinese.
Noi oggi, come Primo Levi allora, viviamo dentro una tregua, o questo sembra manifestare il filmato.

"Nel nostro film non abbiamo trovato risposte a cosa ci aspetta. Ci siamo solo messi in viaggio, per incontrare persone, senza preconcetti, per tentare di comprendere i paradossi che noi europei stiamo vivendo.", racconta Ferrario, e lo sguardo rivolto al passato si fa sentire più necessario e indispensabile perché è lì che si tenta di cercare le possibili soluzioni alle tante problematiche e domande che l'attualità impone, mentre il presente non permette di capire le sue profonde contraddizioni.
Nella piena crisi che ha stravolto le categorie dei valori (e che in questi anni ne vediamo ancora gli effetti), cancellato contrapposizioni politiche per sostituirle con altre (non certo migliori o peggiori, ma solo più "vaghe"), capovolto l'ordine delle priorità facendo emergere di prepotenza solo il superfluo, minato i concetti elementari dei rapporti tra gli uomini, e dove perfino un nuovo assetto geografico ha ridisegnato (e continua a farlo) i confini fisici di alcuni paesi europei, è sempre più forte l'esigenza di parole e atteggiamenti di certo convincenti, ma soprattutto concreti e sensati, e di concetti basilari a riaffermare.

Nel film, la bella voce di Umberto Orsini legge i passi delle opere di Levi, e proprio da quelle pagine che Ferrario e Belpoliti (l'ispiratore del progetto) sono partiti per il lungo viaggio che li ha portati dal Ground zero di New York fino alla porta di casa dello scrittore torinese, passando per l'est europeo lungo lo stesso itinerario affontato da Primo Levi.
"La strada di Levi" percorre un panorama complesso, spesso drammatico, dove la saturazione delle ideologie ha lasciato il posto, dopo il loro annientamento, ad un vuoto che ciascuno ha necessariamente riempito come poteva (con altre ideologie, magari, per quanto distorte, o spesso solo con un consumismo sfrenato, che annulla ogni possibile discorso, pensiero o possibile altro progresso).
I due autori raccontano ad esempio la nuova Ucraina e le sue tensioni interne (paese che in questi giorni è, neanche a farlo apposta, sotto i riflettori del mondo intero); la Bielorussia e la contaminazione desertificante di Chernobyl; la Moldavia, spopolata dall'emigrazione; la Romania divenuta terra di conquista per aziende italiane (non sempre grazie a operazioni trasparenti); l'Ungheria, tra fabbriche (e speranze) quasi dismesse, vecchie glorie e testimonianze di un impero che sembrano i residui di una scadente produzione cinematografica; la Polonia e il quartiere di Nowa Huta a Cracovia, dove la troupe del film incontra il regista Andrzej Waida nella fabbrica che vide protagonista il suo "L'uomo di marmo" e dove oggi lavorano ottomila operai contro i quarantamila degli anni passati; e poi la parentesi tedesca, che è forse, tra tutte, anche la più sconcertante, quella in cui le parole di Levi producono il maggiore attrito con il presente, visto i nuovi raduni di neonazisti, giovani e anziani dallo sguardo vitreo per cui la Storia sembra non essere mai accaduta.

Mario Rigoni Stern, che fu amico e confidente di Primo Levi, è affidata la pagina più autenticamente toccante del film, e nel racconto della vicenda umana dello scrittore torinese, fatta di pochi ma intensi sguardi, poche ma intense parole (tra cui una poesia che Levi gli dedicò), emerge anche il ricordo di una visita natalizia promessa dall'amico ma non mantenuta a causa della sua tragica scomparsa.

Con "La strada di Levi", Ferrario conferma la sua volontà di comprendere le cose, la Storia e il presente, oltre che le sue doti di documentarista (il film, girato sia in pellicola che in digitale, contiene anche materiale di repertorio, tra cui immagini di cinegiornali, parti di film del regista sovietico Sergej M. Ejzenštejn e registrazioni di programmi dove  partecipò lo stesso Levi, in particolare durante il suo ritorno ad Auschwitz nel 1982, ma non solo).
Un'opera che vive di piccole storie, di facce di gente comune e che trae senso e spessore anche da momenti estemporanei, non inizialmente previsti, ma poi utilizzati nel montaggio finale.
Il commento musicale di Daniele Sepe si intreccia alla perfezione con canti locali dei vari paesi visitati, che hanno il pregio di non essere mai  folkloristici.
Opera originale e densa, questo documentario, che oltre ad omaggiare la memoria di Primo Levi è soprattutto un resoconto intenso e mai banale dell'Europa post Guerra fredda, allo sbando e carica di storture, paradossi, problemi, ma dove, ad ogni modo, non tutto è perduto, o almeno così fanno pensare i versi dello scrittore che accompagnano l'inquadratura finale.

Cinema della memoria?
In parte sì, e, visto alcune recensioni piuttosto critiche o dubbiose sulla validità dell'operazione che ho letto in questo periodo, direi sempre importante e utile.
Eppure basterebbe guardarsi intorno per vedere che l'inquietudine di Levi, quei suoi passi che rimbombano sulle umane macerie causate dalla Seconda Guerra Mondiale (per non parlare di quello che ha portato alla guerra e alla sua eredità), si sovappongono quasi perfettamente con i nostri giorni.

La collana Chiarelettere ha pubblicato il documentario in dvd con in allegato un libro, "Da una tregua all'altra: Auschwitz-Torino sessant'anni dopo", curato dallo stesso Belpoliti in collaborazione con Andrea Cortellessa.
Un testo diviso in tre parti principali (Primo Levi; Mario Rigoni Stern; La strada di Levi), ognuna della quali è a sua volta caratterizzata da capitoli, testimonianze e saggi firmati non soltanto dai due autori ma anche da Lucia Sgreglia e Massimo Raffaeli, oltre che da Mario Rigoni Stern e Davide Ferrario. 

"L'esperienza del lager ha cambiato la mia visione del mondo? Penso di sì, anche se non ho ben chiara quale sarebbe stata la mia visione del mondo se non fossi stato deportato, se non fossi ebreo, se non fossi italiano e così via. Questa esperienza mi ha insegnato molte cose, è stata la mia seconda università, quella vera. Il lager mi ha maturato, non durante ma dopo, pensando a tutto quello che ho vissuto. Ho capito che non esiste né la felicità, né l’infelicità perfetta. Ho imparato che non bisogna mai nascondersi per non guardare in faccia la realtà e sempre bisogna trovare la forza per pensare".
(Primo Levi)

Qui il trailer del film:

Mentre questa è una parte dell'intrevista fatta da Enzo Biagi a Primo Levi, che trovate completa QUI:

Buona visione!

P.S. I precedenti post, su cinema, fumetto, illustrazione ed altro, li potete trovare QUI.